Luoghi di interesse

Palazzo Valentino sec. XV

 

Si possono ammirare il bel portale, la scalinata d’accesso al piano superiore, la cantina in tufo e lo stemma con quadrupede rampante e corona. Segue il pianterreno, con la scritta in chiave O. M. VALENTINO / A D 1778 .
Tutto l’immobile era già esistente nel 1727 all’epoca del Catasto Onciario e fu ,con molta probabilità, la residenza di un ramo della famiglia Poppa (forse di Carlo Antonio Poppa), che in seguito vendette alla famiglia Valentino. Antica è dunque l’epoca di costruzione.

Palazzo Spontarelli sec. XVI

 

Spontarelli vi eresse la propria dimora nel XVI secolo, ampliando la preesistente costruzione. Il palazzo si articola su tre piani ed occupa un’unica insula , ha numerosi ambienti ed una cantina di notevole pregio. Già dal 1615 fu sede di eminenti Abati e poi divenne la dimora di questa famiglia. L’immobile è stato ristrutturato con la legge 219/80 ed ha conservato la sua struttura e le sue caratteristiche. Il bel portale che immette al pianterreno ed al piano superiore reca incisa la data 1615 sull’arco a tutto sesto e uno stemma di prelato (Abate), posto sopra l’arco, con la scritta NEFRA(N) GARINUNDIS, che è il motto della famiglia e che potrebbe essere con molta probabilità il seguente:” NE FRA(N)GAR IN UNDIS” ( Nella tempesta non sarà abbattuto). Nel 1728 lo troviamo censito al n. 224 al Piano di Donna Cecilia e vi abitava l’Abate Giovanni Spontarelli con la madre, una sorella, un nipote e la serva Giuditta.

Palazzo Scoglietti sec. XVII

 

La sua importanza è dovuta al fatto che a più riprese fu adibito ad ospedale , nel 1656, nel 1764 e nel 1837.
Dal Registro dei defunti del 1837 ” … Si è tenuto preparato l’Ospedale consistente in cinque stanzoni nel cosi detto Palazzo di Scoglietti isolato, al Largo di Cola Palumbo, di aria elevata, con letti ed ospidalieri per le donne, e per gli uomini…” Andando a ritroso nel tempo lo ritroviamo nel I tomo dei defunti quale luogo di ricovero e cura di forestieri che transitavano per il paese, specialmente in occasione di carestie, calamità naturali o di epidemie .

Società dei Candelari sec. XIX

Questo pianterreno , dall’apparenza modesta, deve la sua importanza all’architrave su cui sono scolpiti una squadra, un compasso, un filo a piombo, una cazzuola , simboli inequivocabilmente riconducibili a qualche società segreta, forse quella dei liberi muratori, assai attiva in Orsara . L’immobile quindi risale almeno al XVIII secolo.

I Casali

 

E’ tradizione che, tra l’XI e il XV secolo, Orsara si sia ingrandita assorbendo la popolazione dei casali circonvicini dei quali, perciò, non si può omettersi la storia.
Nel medioevo la parola “casale” indicava un gruppetto di case con pochi abitanti, dipendente da un castrum” o da una “civitas”. Con le parole “castrum, oppidum o castello”, che non avevano alcun riferimento militare, si indicavano i centri abitati minori, muniti di opere difensive (mura e fossati). La parola “civitas” indicava un centro abitato importante. Con “terra” si indicava un territorio con uno e più centri abitati minori e cioè castelli o casali.

Alcuni centri abitati del territorio orsarese avevano una notevole importanza e consistenza; così Crepacore, Montellere e Ripalonga, che ebbero opere difensive e, in alcuni periodi della loro storia, anche una guarnigione militare. E’ opportuno, quindi, riferire più dettagliate notizie di ciascuno di essi.
Era sull’omonima montagna, non lontano sia dalla fortezza detta Castellione o Castiglione e sia dal luogo ove c’e la chiesetta e la fonte di S. Vito (altitudine 959 metri); presso questa fonte, in epoca romana, c’ era la stazione di posta Mutatio Aquilonis sull’importante Via Trajana, che congiungeva Benevento e Brindisi. La fortezza, costruita anticamente per proteggere i viandanti dai briganti che battevano la zona del monte Buccolo, fu restaurata per l’ultima volta nel 1269 per ordine di Carlo I d’Angio, che vi chiamò a presidiarla i Provenzali trasferitisi, poi, a Faeto.
IL casale era sotto la giurisdizione del vescovo di Troia. aveva un feudatario laico (forse il castellano) ed i Benedettini di Monte Cassino vi avevano vasti possedimenti ricevuti da Roberto il Guiscardo nel 1080 e dal duca Ruggiero Borsa nel 1090; perciò “Castellione de Apulia” è inciso sulla porta bronzea della basilica cassinese che elenca i possedimenti benedettini.
Il casale, distrutto da Guglielmo il Malo (1120-¬1166) nel 1161 e da Federico I (1194-1250) nel 1234, fu definivamente abbandonato dopo il 1300. In un atto del 1324, stipulato per fissare i confini tra Crepacore e Ripalonga con l’intervento del Giustiziere di Capitanata e dei sindaci dei paesi circonvicini è attestata la presenza del “venerabile Imperio De Orazio, vicepriore a Barletta dell’ordine Ospedaliero Gerosolimitano, cui appartiene il casale di Crepacore con diritti e pertinenze’ (“venerabilis viri domini fratris Imperj de Orazio ordinis Ospitalis Hyerosolimitanis viceprioris in Barulo ad quem casale Crepicordiy dicitur pertinere cum Juribus et pertinentiis”).
Nei secoli successivi, in località S. Vito, c’era, a servizio del viaggiatori, l’Osteria di Gualtieri. Un taverna esisteva anche nel 1810, quando la strada aveva ancora un discreto traffico.Dall’inizio del XIV secolo, cominciarono le contestazioni, per 1’affermazione degli usi civici sul vasto territorio di Crepacore, tra i Comuni di Orsara, Castelluccio Valmaggiore (cui si sostituirono Celle Faeto quando acquistarono l’autonomia) e Greci. La questione rimase sopita quando Ferdinando II D’ Aragona (1467-96) destinò la zona all’ allevamento delle regie razze di cavalli. Nel 1693, dismesso l’allevamento dei cavalli, il regio Fisco vendette il feudo ad Ippolito Alessandro per 10817 ducati; in seguito. Crepacore passa ad altri feudatari finchè, nel XVIII secolo, pervenne ai Maresca, duchi di Serracapriola.
Il casale avrebbe avuto origine da un accampamento militare di Caio Marco (156-86 a.C.); onde il nome di Marianus, poi corrotto in Mallianus. Si ritiene anche che il nome sia derivato da un capo militare della Gens Manlia e, più precisamente, da Caio Manlio, che fu ufficiale di Silla e, nel 63 a. C. in Toscana, centurione di Catilina. Nell’XI secolo, in questo luogo c’era il monastero basiliano di S. Nazzaro il cui abate Paolo nel 1059 comprò, per 18 soldi d’oro da Atenolfo di Benevento, una terra con annesso mulino presso la chiesa di S. Benedetto di Troia. Il casale, di cui non si hanno notizie, e il monastero erano già scomparsi quando, il 18 agosto 1462, a Magliano iniziò la battaglia tra Angioini e Aragonesi. Il feudo di Magliano, esteso circa 1200 ettari (48 carra e 12 versure), pervenne ai Guevara insieme ad Orsara.
A circa quattro chilometri dal centro urbano, a N-NE, tutta la contrada che si estende alla destra del Sannoro prende il nome di Magliano. Essa comprende il territorio tra il torrente Sannoro, la provinciale 123 Troia-Orsara, la provinciale 111 S. Francesco-S.Lorenzo e il torrente Lavella.
Questo toponimo è attestato in diverse parti d’Italia. La sua origine è schiettamente romana e deriva da Manlius una fra le più antiche genti di Roma.
Nel territorio di Orsara, Magliano venne a trovarsi su un asse viario secondario, quel ramo che all’altezza della stazione “Mutatio Aquilonis”, deviava per i piccoli insediamenti di Crepacore, Cancarro, S.Cireo, Magliano, Torre Guevara, Spuntoni e, all’altezza di B.go Giardinetto, si innestava nella AECE-AUSCULUM. Questo tracciato, secondo l’Alvisi, corrispondeva all’antica via HERCULEA.
Nella zona di Magliano i rinvenimenti sono stati numerosissimi, in particolare nell’area d’insediamento rurale, sono venuti alla luce reperti di vario genere: grosse anfore (attestanti la presenza di una Taberna), la base di una colonna, un disco in terracotta assai caratteristico, olle, lucerne, monete di varie epoche e un’ara di Apollo di rilevante interesse. Quest’ultimo reperto fu rinvenuto nel 1974 in contrada Belladonna di Magliano e ultimamente è stato fatto oggetto di studio da parte della Prof.ssa Marina Silvestrini, del Dipartimento di scienze delle Antichità dell’Università di Bari, e della sua equipe.
All’epigrafe, rovinata nella parte centrale dall’aratro, è stata data la seguente lettura:
APOL[LINI] .SAN
CTO V[IC] [MAN]LI
ANO .L. [AEM] [KI]
ON. (AUG). N. CO
LONUS. FECIT
(Al Sacro Apollo nel vico di Magliano Lucio Emilio Kion, colono del nostro Augusto, eresse)
Le lettere tra le parentesi sono le integrazioni più logiche. Se si escludono le parole di facile lettura, infatti, anche MAN è senza dubbio l’integrazione più logica a LI / ANO, sia per la grandezza delle lettere e soprattutto perché nella zona l’unico toponimo attestato sin dal X-XI sec.
Ad esso erano collegati gli insediamenti disseminati lungo la valle dell’AUFENS (Lavella) e del torrente Verghineto posto come abbiamo evidenziato sul tratturo Alfedena-Candela. Questo, che era uno dei più antichi tratturi, si immedesimava parzialmente con la via MINUCIA. L’itinerario di questo tratturo era il seguente: Pescoasseroli, Alfidena, Castel di Sangro, Servia Cantalupo, Supino, Santo Marco, Crepacore, Orsara, Bovino, Illicito, e Ascoli.
Di Cicco ipotizza che le vie romane dovettero utilizzare, in molti casi, preesistenti tracciati viari in posti dallo stato dei luoghi e dai bisogni delle greggi trasmigranti e afferma che qualche percorso tratturale abbia conservato la sequenza di itinerari preromani e molto antichi.Forse il Vicus di Manliano venne edificato proprio là dove i due assi viari si intersecavano. Non è da escludere che anche i suoi abitanti, con quelli degli altri Vici o Oppiduli del territorio orsarese e degli altri vicini paesi parteciparono alla battaglia di Giardinetto durante la guerra Gotico-Bizantina. Certo è che MANLIANUS sopravvisse al periodo più buio della storia e lo ritroviamo nel diploma dell’Imperatore d’Oriente del 1024 (… Et inde ascendens ad caput Manliani descendit ad lavellam) e in un altro documento del 1059 viene indicato come il luogo in cui era ubicato il monastero basiliano di S. Nazario. Questo importante reperto, con figure antropomorfe scolpite ai quattro spigoli in alto, recava la statua di Apollo, segno di un diffuso culto nella zona. Risale al I sec. a.C. ed è la testimonianza diretta della intensa colonizzazione romana non solo del Vicus ma di tutto il territorio orsarese.
Proprio in questi giorni in località Cervellino, Fontana dell’Ospedale, luogo da cui provengono l’epigrafe riportata dal Mommsen nel C.I.L., la statua acefala custodita nel museo diocesano, è venuto alla luce uno stupendo esemplare di bronzetto votivo raffigurante Apollo pitico, l’Apollo che uccide il serpente avvinghiato ad un tronco. Il bronzetto, in ottimo stato di conservazione, è , però, privo dell’avambraccio sinistro e, forse, anche del tronco intorno a cui era attorcigliato il serpente. Il taglio degli occhi e la capigliatura lo ricollegano senza ombra di dubbio alla Magna Grecia, a quei coloni che su queste balze ebbero contatti con il popolo dauno, prima, e con i sannita poi. Esso inoltre, ci dà una ulteriore conferma che la zona era venerato in maniera particolare Apollo e che vi era un tempio. I bronzetti votivi, infatti, venivano collocati nei templi. Questo ritrovamento riveste una particolare importanza perché è strettamente legato agli altri ritrovamenti: l’ara di Apollo, la scritta ellenistica e l’OYNOKAY rinvenuto a ridosso dell’abitato.Ciò non solo avvalora l’ipotesi di un’origine antica di Orsara ma ci permette di sperare in ritrovamenti ancora più importanti se si sensibilizza l’opinione pubblica e se si avvia una campagna di scavi in alcune zone del territorio, non ancora profanate dalla mano dell’uomo.
Il casale era nei pressi dell’odierno Borgo Giardinetto sulla strada statale n. 90. La località, in buona posizione ove la valle del Cervaro sbocca nella pianura pugliese, ebbe sem­pre un notevole interesse militare. Il nucleo abitato avrebbe avuto origine dall’accampamento postovi, nel 217 a.C., dal cartaginese Annibale; perciò, durante il medioevo, veniva ancora indicato come Castra Annibalis. Nel 546, durante la guerra gotica (535-553 d.C) vi stettero accampati prima il comandante bizantino Giovanni il Sanguinario e, poi, Totila, re dei Goti. Nel 1071 fu donato a Stefano, vescovo di Troia, dal papa Alessandro II (1061-1073). Agli Inizi del XII secolo pervenne all’ abbazia di Orsara, i cui possedimenti si estendevano oltre Monte Calvello, fino a PonteAlbanito. L’ estensione del territorio, nel XIX secolo, era di circa 260 ettari (13 carra).
E’ indicato anche come Montilari, Montellare Montella, Montolio, Mons Olei, Mons Ylaris, Mont Larix, Mons Lares e, forse, Vico Palazzo e Julianus Locus. Era il centro abitato più importante nel temritorio di Orsara ed, in effetti, non era un casale, poichè si ritrovava attorno o in prossimità di una fortezza. Il sito era tra Monte Squarciello e la località Crustola circa cinque chilometri ad est di Orsara. Non vi sono ruderi; ma sarebbe interessante farne una ricerca sistematica per poterne precisare esattamente il sito. Sarebbe stato fondato come tempio ai Lari da soldati di Caio Mario stanziati nella vicina Magliano. Nel medioevo c’era un castello, forse costruito da Longobardi come avamposto contro i Bizantini. La prima citazione della località risale al 742 d.C. quando il principe di Benevento Arichis II (753-88) vi tenne un “placito” riguardante 1’abate beneventano Maurizio.
Nell’XI secolo divenne un’importante roccaforte normanna e fu il soggiorno preferito di Drogone conte di Puglia e capo di tutti i Normanni dell’Italia meridionale. Durante la notte tra i1 9 e il 10 agosto del 1051 (vigilia della festa di S. Lorenzo), il conte Drogone. recatosi nella chiesa di Montellare, fù ucciso da suo compare Riso, che vi si era appostato con i compagni. Accorse Umfredo, fratello di Drogone, e, dopo due mesi di assedio, espugna Montellere catturando e giustiziando gli uccisori del fratello; Riso fu seppellito vivo dopo che gli furono tagliate braccia e gambe.
E’ tradizione che a Montellere (e non a Foggia come riferiscono le fonti ufficiali), nel 1285 morì Carlo I d’Angio; vi si era fermato mentre si recava a Brindisi per preparare una flotta da spedire contro la Sicilia, ribellatasi dopo i Vespri Sicillani. Montellere era in rapido declino nel XIV secolo e già disabitata agli inizi del XV. Nel 1479 era devoluto alla R. Corte. Ferdinando I d’Aragona lo vendette, insieme a Castelluccio del Sauri, a Diego Cavaniglia per quattromila ducati.
II castello esisteva ancora il 6 aprile del 1622, quando vi mori, per tisi, Giulia Boncompagno, moglie del duca Giovanni III Guevara di Bovino. Del territorio di Montellere faceva parte anche la tenuta di Cervellino. Non molto lontano da Montellere c’era la chiesa di S. Pietro di Montella o di Sannoro, molto rinomata nel medioevo.
S. Pietro in effetti era un santuario circondato da un territorio abbastanza vasto che si estendeva tra i torrenti Sannoro e Lavella all’incirca nelle località oggi denominate Forapane e, in parte, Magliano e Torre. Non se ne hanno notizie per l’ epoca posteriore al XII secolo.
Era detto anche Monte Majuri o Mons Majuris. Non sembra vi fosse un casale, anche se è citata una “villa monte Majuris”. C’era un monastero che nel medioevo risultava “costruito ai piedi di Monte Maggiore entro i confini di Troia” (…constructum est in loco qui pes montis majuris dicitur…in finibus civitatis troie). Poichè le antiche scritture accennano ad un forte, il sito potrebbe essere l’odierna masseria Valentino o, meno probabilmente, la località Ischia.
II monastero, in origine basiliano e poi benedettino, era dedicato ai Santi Nicandro e Marciano; ebbe notevole importanza nell’XI con gli abati Fortunato (a. 1064 – 1068) e Giovanni (a. 1078); non e più ricordato nelle epoche successive. Una bolla in data 10 novembre 1100 del papa Pasquale II annovera “montem majurum” fra i possedimenti del vescovo di Troia.
Dopo un lungo periodo di oblio, la zona si ritrova come parte del territorio di Orsara.
Era detto anche Mons Porghisius o Mons Pisi. Il sito era sulla collina (altitudine 785 metri) che ancora oggi porta lo stesso nome, circa due chilometri a sud di Orsara. Il casale è citato la prima volta nel diploma del catapano Basilio Bogiano, datato al 1019 e scritto in greco. Negli atti medioevali e sempre indicato come soggetto alla giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Bovino, al quale sarebbe stato concesso nell’anno 969 da Landolfo, arcivescovo di Benevento, insieme ad altri paesi fra cui Montaguto, Montellere e Panni.
Non si rinviene alcun riscontro della tradizione secondo cui di questo casale sarebbe originaria la famiglia Frisoli, della quale faceva parte anche il beato Giulio Frisoli, il cui corpo mummificato si troverebbe nel santuario di Montevergine presso Avellino.
Il casale si trova ancora citato agli inizi del XIV secolo. E’ tradizione che sarebbe stato distrutto dalle formiche ed abbandonato nel 1525 (si ricorda, una tradizione simile per i casali Iondre,
S. Pietro e S. Maria presso S. Agata di Puglia, i cui abitanti avrebbero fondato l’odierna Scampitella).
Tra Orsara e Montaguto, nella località oggi detta Calabrese, nell’XI-XII secolo, c’era il casale detto Sambuceto o Sambrui.
Nei diplomi medioevali le due denominazioni sono sempre distinte, per cui è da escludere che si riferiscano allo stesso luogo. Non è possibile stabilirne con esattezza i siti perchè non sono visibili ruderi. Ripalonga era nella zona che ancora oggi porta lo stesso nome, circa quattro chilometri a nord di Orsara. Il casale si forma attorno ad una roccaforte, denominata Castellum Novum ed edificata da Melo di Bari durante la rivolta contro i Bizantini (1010-1020). Nel 1080, Roberto il Guiscardo ne donò il territorio all’abbazia beneventana di S. Sofia.
Nel XII secolo, la popolazione, decimata dalla malaria, si era molto ridotta. Il casale fu definitivamente abbandonato – dopo essere stato distrutto da un incendio agli inizi del XIV secolo; infatti, Ripalonga risulta disabitata in due diplomi di Carlo II d’ Angiò datati al 1304 e al 1309. Negli anni successivi, l’abbandono del casale non era considerato definitivo perchè, in un atto del 1324 per la delimitazione del confine tra Crepacuore e Ripalonga, intervennero i sindaci dei paesi vicini ed anche Pietro Ardingo, qualificato come sindaco di Ripalonga.
Santa Croce di Portula era una chiesa non lontana la Ripalonga; forse era nei pressi del monte Buccolo sulla Via Trajana. Di essa non vi è più cenno nelle fonti storiche a partire dall’epoca in cui scomparve Ripalonga; sembra, perciò, che vi fosse uno stretto collegamento tra il casale e la chiesa.
Dopo che i superstiti di Ripalonga si rifugiarono Orsara, la zona venne denominata Terra Strutta. Il fatto che con questo nome, in passato, si indicavano anche i ruderi di Equotutico (tra Greci e Castelfranco) e di un Vecelio (oggi Vetruscello presso Faeto) fa pensare che il nome veniva dato a qualsiasi località in cui vi erano i ruderi di preesistenti centri abitati.
E’ tradizione che da Ripalonga o da S. Croce di Portula proviene la bella croce di pietra scolpita che, restaurata, oggi trovasi nella chiesa parrocchiale di Orsara.

 

 

La Cinta Muraria

 

Il paese, che molto probabilmente risale ad epoca assai remota, fu fondato su un pianoro circondato da tre torrenti che ne costituivano la difesa naturale contro gli assalti dei nemici.
Ad est scorre il Canale Catella, proprio a poca distanza dalla cinta muraria, che ancora si erge con le sue maestose torri, ad ovest scorre il Canale Botte e a Nord il torrente Canale della Grotta, nel quale i primi due confluiscono chiudendo la magnifica difesa naturale con un notevole dirupo.
A sud le mura di cinta e il terreno scosceso chiudevano l’abitato come una sorta di castello. I resti delle mura, così come li possiamo ammirare, sono indubbiamente dell’alto medioevo.
Di esse, però, abbiamo notizie antecedenti in vari scritti. Secondo una leggenda, comune a quasi tutti i centri della Daunia, Orsara sarebbe stata fondata da Diomede durante le sue guerre contro gli elementi indigeni. Egli vi costruì il castello fortificato per tenervi i suoi depositi e farvi soggiornare i compagni che avevano bisogno di curare le ferite riportate in guerra. Secondo l’Avv. Cotugno durante la guerra punica, e precisamente nel periodo in cui Annibale si accampò su monte Calvello, i consoli romani T. Marrone e L.P. Emilio posero un presidio avanzato in Orsara e per rafforzarne le difese costruirono le torri e la cinta muraria. Probabilmente su vecchie fortificazioni fecero erigere delle difese per avere a disposizione luoghi fortificati entro cui rifugiarsi in caso di pericolo.
Lo stesso T. Livio d’altronde afferma che”… Fabius per loca alta agmen ducebat modico ab hoste intervallo, ut neque omitteret eum neque congrederetur. Castris nisi quantum usus necessarii cogerent, tenebatur miles…” prima che”…ex hirpinis in Samnium Transisse (transit) …”. Pare logico quindi supporre che la catena di fortificazioni servisse ad isolare il nemico ma anche per avere un rifugio sicuro contro eventuali attacchi nemici.
Entro le mura si sviluppò una piccola comunità che accolse anche parte delle popolazioni dei vicini Casali. D. Domenico Rosati, Vicario Capitolare di Troia, nello scrivere gli” STATUTI o CAPITOLARI DEL CLERO DI ORSARA” scrisse nella prefazione la storia del paese. Egli ritiene antichissima la chiesa di Orsara, edificata al tempo delle guerre civili (VII sec. d.C.): “…Orsara fu costretta a forma di castello, ristretta e murata, con bellissime torri, cinta e ciò perché fu rifugio e scampo di soldati, un sicuro asilo di piazza d’armi e fu costruito un grande ospedale dove si portavano i soldati invalidi…”.
Una riprova che il paese fosse stato cinto da mura già da tempi remoti si ha anche dalla denominazione di “Castrum Ursariae”.
Il Prof, Michele Cappiello nel suo libro “Appunti per una Cronistoria di Orsara” curato e pubblicato postumo dalla Preside Prof.ssa Ileana Cappiello, afferma che gli Orsaresi presero per loro protettore S. Michele e gli dedicarono lo Speco, esistente extra moenia : chiama il nostro paese Castello
Lo stesso Lorenzo Giustiniani fa risalire la chiesa di Orsara ai primi tempi del Cristianesimo. Le torri sarebbero poi state fortificate dai Longobardi per farne un baluardo contro i Bizantini.Quando l’imperatore d’oriente Costante II distrusse Troia nel 663 una parte dei suoi abitatisi rifugiò fra le mura di Orsara. La cinta muraria aveva bellissime torri a base rettangolare e intorno vi erano degli affossamenti che rendevano inaccessibile il paese. Il Del Giudice, nel parlare dello scontro tra Greci e Normanni, avvenuto nel 1016 afferma che “…le mosse dei Longobardi (alleati dei Normanni), fortificati in Orsara, furono per la così detta via denominata Guardiola…”.
HIC REQUIE/SCIT ABB(A)S SYC(H)ILP(E)TRI
SECUBDUS
REQUIESCAT IN PACE AM(EN)
EPIGRAFE ESISTENTE ALLA BASE DELL’ABAZIA, ADIACENTE AL PALAZZO BARONALE
Un altro riferimento alla cinta fortificata lo si ritrova nel 1100, quando fu edificata la Chiesa della Madonna della Neve extra moenia vicino al canale Catella che lambiva quasi le torri. Anche nel 1320, quando i casali di Ripalonga e Crepacore furono abbattuti e incendiati, c’è un sicuro accenno alla fortificazione allorché ai suoi abitanti fu ordinato di radunarsi fra le mura di Orsara (14 bis Jannacchino). E’ nel 15462, però, che questo possente baluardo assolve ad un impegno decisivo per l’Università di Orsara. Il 16 agosto dello stesso anno “… le milizie aragonesi si erano dirette verso Orsara, spostando tutto l’apparato bellico (comprensibile solo con una valida fortificazione), nella speranza d’indurre il duca G. D’Angiò e il Piccinino a battaglia campale con l’assedio della nostra città, loro amica, e insieme per non lasciarsi nemici alle spalle, gli Orsaresi vennero a patti a queste condizioni:…si sarebbero arresi8,e quindi avrebbero aperto le porte, se nel giro di quattro giorni non fossero giunti i soccorsi da parte angioina”.
Il 5/10/1712 all’esterno di una delle porte cittadine avvenne un terribile fatto di sangue:”Il prete Dionigio Spadaio fu ucciso fuori porta S. Pietro con un colpo di pistola”.
Ma da quante porte si poteva accedere nel paese?
Le fonti storiche e quelle fotografiche ci dicono che ne erano quattro.
Porta S. Pietro
Porta S. Giovanni (poi S. Domenico)
Porta di Greci (o porta Aecana?)
Porta Nuova
La prima si apriva là dove comincia Corso della Vittoria , la seconda (scomparsa all’inizio del secolo scorso) all’inizio di via S.Rocco attaccata alla chiesa di S.Giovanni Battista, la terza , tuttora esistente, alla confluenza di Via Serg. G. Volpe con via Trento e la quarta ubicata in via Napoli,(l’attuale strada di collegamento tra via C. Alberto e via Indipendenza, proprio laddove nel XVII secolo vi era l’abitazione della famiglia Scalzi). A queste probabilmente bisogna aggiungerne un’altra e che la tradizione ci ha conservato come “Portella delle Monache”, che quasi certamente si apriva di fronte alla chiesa della Madonna della Neve.
Nel 1788 l’Amministrazione Comunale paga le spese per “…la sterratura della Porta di S. Pietro e relativo mondezzaio”.E’ il segno evidente di un notevole abbandono e degrado della cinta muraria in alcuni punti. Poco più tardi, nel 1793(1723?), una lapide, posta sull’architrave di un’abitazione di Via Mentana ricorda ai cittadini”…In esecuzione dei reali Ordini non permesso sia a persona alcuna di buttare l’immondizie vicino alle case dell’abitato di Orsara se non in distanza di passi 5001(?) trenta docati per cont. Ed altre A.D. 1793(1723?)”.
Era un evidente segno dell’abbandono in cui versava il paese tutto ed in particolare il prezioso patrimonio delle mura troppe volte sottoposto a scempi e ridotto a ricettacolo d’immondizie.
Nonostante tutto, però, nel 1830, il 10 settembre, il Sindaco di Orsara afferma che dell’antico nucleo militare del paese esistevano le mura e parte delle torri con fossati che rendevano in passato il luogo inaccessibile alle invasioni esterne. Il problema delle mura dovette trovare dei validi difensori se nel 1862 l’Amministrazione Comunale decise d’intervenire per restaurarle. L’incarico venne affidato al Perito Calabrese e i lavori all’appaltatore Silvestro Marino per la somma di Lire 397,17.
Ormai il paese aveva cominciato ad estendersi al di là del perimetro difensivo e lo sviluppo caotico e dissennato finì col produrre danni irreparabili: alcune torri furono inglobate nelle abitazioni. Leggendo l’art. 13 del Capo Quinto del REGOLAMENTO EDILIZIO del 1873 possiamo farci un’idea precisa della situazione del paese e del complesso delle mura in particolare. E’ pregio del Regolamento, infatti, descrivere il PERIMETRO del paese:”Il perimetro del Comune è determinato a Settentrione da una cinta di mura che, partendo dall’antico Largo del Castello, si estende e si congiunge fino alla facciata estrerna e settentrionale del Conservatorio. Di là è delimitato da una continuazione di casamenti che guarda Ponente, siti nella collina che s’innalza al di sopra del sottoposto Torrente, e che prende il nome di Grotta di S. Michele, e, prolungando più in basso, di Granauro e, più in là a Mezzogiorno, di Fontana Vecchia ed indi, ascendendo la collina sovrastante, di Borgo Tufara, e, più in sopra, della niviera e verso oriente si estende nella strada S. Maria delle Nevi, nella sovrapposta strada delle Fontanelle. La detta strada di S. Maria delle Nevi, deviando verso settentrione, si congiunge colle vecchie mura di cinta del Largo Castello”.
“Il perimetro del Comune è determinato a Settentrione da una cinta di mura che, partendo dall’antico Largo del Castello, si estende e si congiunge fino alla facciata estrerna e settentrionale del Conservatorio. Di là è delimitato da una continuazione di casamenti che guarda Ponente, siti nella collina che s’innalza al di sopra del sottoposto Torrente, e che prende il nome di Grotta di S. Michele, e, prolungando più in basso, di Granauro e, più in là a Mezzogiorno, di Fontana Vecchia ed indi, ascendendo la collina sovrastante, di Borgo Tufara, e, più in sopra, della niviera e verso oriente si estende nella strada S. Maria delle Nevi, nella sovrapposta strada delle Fontanelle. La detta strada di S. Maria delle Nevi, deviando verso settentrione, si congiunge colle vecchie mura di cinta del Largo Castello”.
Siamo, si può dire, all’epilogo. Il paese stava estendendosi e delle mura non si ha preoccupazione alcuna di preservarle. Da questo momento il paese non avrà che un solo lato con le mura ancora visibili. In una foto degli inizi del 1900 da S. Rocco si vedono ancora cinque torrioni e la cinta muraria in buono stato di conservazione.
Ultimamente, ed esattamente nel 1992, il PIANO DI RECUPERO DEL CENTRO STORICO dell’Ing. Mario Narducci ha evidenziato, tra l’altro, anche il problema della cinta muraria. E’ pregio del lavoro aver ricostruito, tramite il Catasto Onciario del 1753, fatto oggetto di un accurato studio da parte del prof. A. Anzivino, la toponomastica antica e il perimetro delle mura cittadine e delle circa venti torri che si ergevano a regolare distanza fra loro. Il prezioso lavoro ha evidenziato che alcuni torrioni sono stati inglobati nelle abitazioni e sono ancora visibili tracce di mura antiche in Largo della Libertà, in via Buttazzi, in via Madonna della Neve, in via Daniele Mafia e in via Manin.
Cosa resta di tutto questo patrimonio? Ben poco.
Oltre alle torri e ad una piccola parte delle mura visibili in via Castello, ci sono PORTA GRECI, nota anche col nome di porta Ecana( forse perché immetteva su un ramo della via Herculea, che attraverso il nostro paese, proseguiva per Aecae) e PORTA NUOVA, che molto probabilmente fu l’ultima ad essere aperta, tra il XV e il XVI secolo, con la costruzione del palazzo della famiglia Scalzi o forse verso la fine del XIV secolo quando, costruita la nuova chiesa si rese necessario aprire un varco nella cinta muraria per avere un accesso più prossimo al complesso abbaziale, che era l’edificio religioso più prestigioso e dove ancora celebravano messa i commendatari e che era al centro di aspre lotte per il suo possesso.
Prese il nome di Porta Nuova così come, nel 1544, prese il nome di Fontana Nuova l’attuale fontana istoriata in contrapposizione alla Fontana Vecchia. Porta Greci ha un notevole basamento e conserva intatto il suo impianto altomedievale: sono ancora visibili i fori degli alloggiamenti dei cardini delle massiccie porte. Porta Nuova lascia intuire un momento costruttivo successivo e il rafforzamento dei lati mediante muri di contrafforte a mo di sperone. Sono le uniche, se si eccettua Porta San Giovanni, della quale rimane il ricordo in un documento fotografico degli inizi del ‘900, che veramente hanno superato il tempo anche a dispetto del ripristino effettuato alle “PORTE” del paese dall’Amministrazione Comunale nel 1862.

 

 

Il complesso abbaziale dell’Angelo ad Orsara

La sua origine è tradizionalmente localizzata in Asia Minore – in Frigia , intorno al III secolo; nel IV è nota la dedicazione di una Chiesa all’Arcangelo da parte di Costantino. Mentre nei secoli successivi esistevano a Costantinopoli almeno dodici chiese a lui dedicate.
L’iconografia orientale,es. a Bisanzio si rappresentava S. Michele in clamide di porpora , come erano vestiti I cortigiani imperiali; mentre in occidente egli indossa una lunga tunica e acquista attributi di guerriero quali l’armatura, l’elmo, la lancia o la spada fiammeggiante
S. Michele pesatore delle anime ( con la bilancia : posizione orientale) o giustiziere contro il demonio(con la spada: per l’occidente)?
Il Concilio romano del 499 scelse per S. Michele il ruolo di ausiliario della divina giustizia (con la spada): combattente contro il drago o il serpente o comunque la bestia che rappresenta il diavolo (con riferimento scitturale all’Apocalisse di S. Giovanni oltre che alla cacciata degli Angeli ribelli col la spada o Croce con punta.
Le origini del culto garganico sono piuttosto oscure, abbiamo a disposizione per tentarne una collocazione cronologica,alcune fonti agiografiche l’Apparitio Sancti Michaelis in Monte Gargano, due diverse edizioni della Vita Sancti Laurentii, vescovo sipontino fra V e VI sec., e una versione greca dell’Apparitio. L’Apparitio è il testo base della leggenda e non dà alcuna precisa indicazione cronologica, anzi l’incipit sembra evocare tempi remoti. Il testo è stato trasmesso da codici del secolo X (uno forse dell’VIII ) e consta di tre episodi. Nel primo episodio un ricco proprietario di mandrie del luogo, di nome Gargano, ritrova un toro, che aveva smarrito, vicino a quella che sarà poi la grotta dell’Arcangelo;adirato, gli scaglia delle frecce che miracolosamente tornano indietro a colpire Gargano stesso. I Sipontini, impressionati dall’evento, chiedono consiglio al Vescovo che indice un digiuno di tre giorni al termine del quale Michele appare e conferma di essere stato l’autore del miracolo e di aver riservato per sè la grotta. Nel secondo episodio è narrata la battaglia dei Sipontini alleati con i Beneventani contro i Napoletani, definiti pagani; la vittoria dei Sipontini è attribuita all’intervento dell’Arcangelo,che era apparso al vescovo la notte precedente la battaglia e che dopo lo scontro imprime l’impronta dei suoi piedi presso il luogo dove sarà poi posta la porta settentrionale del Santuario. Nel terzo episodio i Sipontini, devoti all’Arcangelo, e dubbiosi sul luogo in cui edificare il Santuario a lui dedicato, chiedono consiglio al Papa che propone di aspettare l’anniversario della vittoria sui Napoletani che s’appressa. Il Vescovo, quindi, indice un digiuno di tre giorni dopo il quale l’Arcangelo appare e annuncia di aver egli stesso scelto il luogo e costruito la Basilica che può quindi essere venerata. Il protagonista del primo episodio è quindi un uomo di nome Gargano da cui,secondo l’Apparitio, avrebbe preso il nome il monte, mentre il toponimo era stato già citato da Virgilio e Orazio. Gargano assume però il ruolo di “eroe eponimo” della storia, grande possidente e uomo vendicativo che proietta i suoi caratteri sulla montagna e probabilmente esprime un’eco del culto primitivo di Gargan, il dio gigante proveniente dall’Oriente e onorato, dopo il Neolitico, anche nelle regioni occidentali della Francia. Non a caso il culto di Gargan era presente a Mont Saint Michel, che il vescovo di Avranches, Sant’Aubert, dopo alcune apparizioni,che hanno dei caratteri in comune con quelle dell’Apparitio garganica, consacrò a San Michele nel 709, dopo aver fatto abbattere i resti dei templi dove Gargan era onorato. E’ noto come i due Santuari in questione siano stati legati sin da principio; quello di Mont Saint Michel, sorto due secoli circa dopo la chiesa del Gargano, fu edificato probabilmente sul modello di questa,utilizzando anche reliquie fatte venire di lì, fra cui una pietra del Gargano. Anche la leggenda di Mont Saint Michel, il così detto Monte Tumba, parla di un toro e molti sono i significati che si possono dare a questo animale tradizionalmente sacro e rituale. Il toro è stato messo in relazione con il montone nero di cui parla Strabone, riferendosi al Gargano. Egli infatti, in un brano della sua opera, parla di un monte Drion in cui sarebbero esistiti due templi: uno sulla cima, dedicato a Calcante, l’indovino che offriva i suoi oracoli a coloro che immolavano un montone nero e dormivano una notte sulla sua pelle,l’altro ai piedi del monte, dedicato a Podalirio, medico famoso, figlio di Esculapio, dal quale sgorgava un’acqua miracolosa che poteva guarire il bestiame malato. Si è giunti a pensare, dopo varie ipotesi di localizzazione, che questo monte vada identificato con l’odierno Monte Sant’Angelo. Così si è pensato che sia avvenuta in quel luogo una sostituzione diretta fra i culti di questi due mitici personaggi e quello dell’Arcangelo Michele: la grotta di Calcante sarebbe oggi il Sacro Speco e le acque dell’antico Alteno sarebbero oggi quelle, ritenute miracolose, della Stilla. Gli studi più recenti tendono a distinguere la Stilla dall’antico Alteno, che andrebbe piuttosto identificato con il torrente che scorre nel vallone di Carbonara, nascendo dal lago di Sant’Egidio, ai piedi di Monte Sant’Angelo e gettandosi nel golfo di Manfredonia presso Mattinata. Comunque il culto delle acque miracolose sembra legato all’immagine di San Michele fin dalla sua origine orientale e già a Colossae o Chonae, una delle prime sedi di devozione riconosciute, questo elemento acquatico è presente nei miracoli dell’Arcangelo. Gli elementi naturali, il bosco,le fonti, le grotte, suggerivano agli antichi la presenza di oracoli sacri; il culto di San Michele si configura come culto naturale, legato ad alcune situazioni ambientali precise: il monte, con luoghi elevati in genere,l’acqua, e ancora di più, la profondità delle grotte che entrano nelle viscere della terra e che contribuiscono così, con gli altri due elementi, a fare di San Michele il dominatore delle forze naturali, dell’acqua che stilla dalla roccia e del terremoto che spacca la terra. Il liber de Apparitione Sancti Michaelis in monte Gargano risale alla fine dell’VIII o ai primissimi anni del IX sec.; vi sono stati individuati due stadi redazionali che collegano e fondono nel racconto le origini del culto garganico (V-VI sec.) ed episodi storici (sconfitta dei Bizantini ad opera dei Longobardi di Benevento nel 650, unificazione delle diocesi di Benevento e Siponto) che si riferiscono ai secc. VII e VIII. Anteriormente al Liber de apparitione, nei testi liturgici non compare alcuna menzione del Santuario garganico. In precedenza i sacramentari ricordano solo la celebrazione della festa di San Michele il 29 settembre, data della dedicazione della Basilica Romana della Via Salaria elevata intorno alla metà del V sec. Solo nella seconda metà dell’VIII sec. alcuni codici interpolati del Martirologio Gerolimiano danno la notizia della dedicazione del 29 settembre riferendola al Gargano, mentre dal primo trentennio del IX sec. la dedicazione garganica viene celebrata alla data dell’8 Maggio. Le due tradizioni probabilmente si fusero a livello colto e ufficiale mentre al livello popolare la distinzione della festa romana da quella garganica è rimasta più a lungo. Le due date confermano il carattere agrario e il valore ciclico del culto che fa coincidere le festività con il momento iniziale e quello finale dei lavori agricoli, semina e mietitura quindi con i cicli di Autunno e Primavera. Questi periodi coincidono con quelli della transumanza come dimostrato dal fatto che Alfonso I fissò il 29 settembre e l’8 maggio per segnare l’apertura e la chiusura della “Regia Dogana della mena delle pecore in Puglia”.
Paolo Diacono riferisce che nel 650 circa Grimoaldo, “bellicosissimus”, aveva sconfitto i Greci che volevano saccheggiare l’oracolo di San Michele sul Monte Gargano, diventandone così il protettore. L’episodio segna il primo incontro dei Longobardi con questo che diverrà il loro culto nazionale.La conversione definitiva dei Longobardi pagani e ariani al Cattolicesimo si ebbe con il successore di Grimoaldo, il Duca Romoaldo I e, probabilmente, la moglie di questi, Teuderada, promosse il restauro del Santuario garganico, dopo il saccheggio di Costante II. I Longobardi non ebbero difficoltà nell’accettare il culto di San Michele Arcangelo accanto a quello degli altri due protettori tradizionali, San Giovanni Battista e San Pietro, in quanto il carattere di Archistratego delle milizie celesti, dominatore delle forze naturali e combattente assiduo di quelle demoniache poteva facilmente portare alla trasposizione nell’Arcangelo di Wotan, la più importante divinità del Valhalla germanico. Il culto micaelico inoltre metteva d’accordo il carattere guerriero dei dominatori e l’ambiente popolare-contadino meridionale che vi ritrovava elementi delle proprie tradizioni magiche e di riti ancestrali. Il culto allora, da taumaturgico, assunse una connotazione guerriera e nazionalistica. Nacque l’immagine di San Michele che guida il popolo longobardo alla conquista dell’Italia Meridionale, come nella Chronica Sancti Benedicti, compilazione che risale al IX secolo, colma di spirito nazionalistico longobardo. Questo adattamento dell’iconografia micaelica allo spirito longobardo fu rallentato nell’Italia Meridionale dall’influenza greca. Infatti,ad esempio,il Santo appare sulle monete solo a partire da Sicone e con attributi iconografici di tipo bizantino: in figura frontale, con il pastorale nella mano destra e il globo crucifero nella mano sinistra, iconografia che trova riscontro nei rilievi più antichi esistenti sul Gargano.
Che il santuario del Gargano sia diventato meta di pellegrinaggio e simbolo per le genti longobarde, è provato da un’analisi del corpus delle iscrizioni rinvenute sulle strutture dell’edificio di origine longobarda, strutture attribuibili ai secoli VIII-IX, coperte dagli interventi successivi e riportate alla luce fra il 1949 e il 1960. Le iscrizioni riportano nomi di pellegrini illustri, come lo stesso Romualdo, ma anche comuni. Studi onomastici hanno riconosciuto l’origine germanica dei nomi, in gran parte longobardi ma anche anglosassoni o di tradizione greco latina. Il pellegrinaggio ha avuto, come è noto, per l’uomo medioevale, un’importanza spirituale e culturale grandissima. Fosse diretto a Roma, a Gerusalemme, a Santiago di Compostela in Galizia, o a San Michele nel Gargano, il pellegrinaggio veniva a simboleggiare la dedizione completa al culto della stessa vita, che la strada, con le sue insidie, metteva in pericolo. Il Santuario del Gargano si trova in una posizione piuttosto particolare a questo riguardo, in quanto luogo sacro e tappa del viaggio per la Terra Santa. Fra VIII e X sec. il fenomeno del pellegrinaggio al Gargano assunse dimensioni europee, come documentato ampiamente da Cronache e Itineraria dell’epoca, oltre che da documenti e rinvenimenti archeologici. Alla fine del X sec. risalgono due pellegrinaggi documentati, e cioè quello noto attraverso l’Itinerarium Bernardi Monachi e quello dei monaci inviati da Sant’Aubert, Vescovo di Avranches, nel 709, in seguito al cui viaggio sarebbe sorto il Santuario di Mont Saint Michel. L’Itinerarium Bernardi Monachi è la breve cronaca di un viaggio in Terrasanta, compiuto da un monaco di nome Bernardo, del quale non è detta la provenienza; in un tratto è accompagnato da Theudemundus, monaco proveniente da un monastero benedettino dedicato a San Vincenzo, e da un monaco spagnolo di nome Stefano. La data del viaggio riportata nei manoscritti è il 970 ma probabilmente va corretta all’870 in quanto il Papa che benedice i tre monaci a Roma e dà loro il benestare alla partenza, è Nicola I, morto il 13 Novembre 867. La cosa più interessante da notare è che i pellegrini, nel viaggio di andata, fanno tappa sul Monte Gargano, dopo essere stati a Roma e quindi, attraverso Bari e Taranto, proseguono per la Terrasanta. Al ritorno, dopo una sosta al Mons Aureus, che sembra da identificarsi con la grotta di Olevano sul Tusciano dedicata anch’essa a San Michele, e dopo una ulteriore sosta a Roma, dove il gruppo si scioglie, il monaco Bernardo continua il suo pellegrinaggio da solo fino a Mont Saint Michel, dedicato anch’esso al culto dell’Arcangelo. E’ evidente quindi una particolare devozione micaelica. Infatti i luoghi legati al culto dell’Arcangelo, presenti anche solo nella Longobardia minore, sono numerosissimi, per fare qualche esempio si possono citare, fra i Santuari collinari e grottali, l’Abbazia di S. Michele in Vulture, la chiesa di Sant’Angelo in Formis, oltre ai luoghi dedicati al Santo a Sannicandro Garganico, Altamura, Gravina, Putignano, Mottola, alle chiese rupestri di Statte o Massafra e ai toponimi che contengono le parole Sant’Angelo, Sant’Arcangelo o San Michele.
La “via Sacra Langobardorum” collegava direttamente Benevento al Santuario di San Michele. Il sistema viario longobardo doveva probabilmente fare perno sul tronco della via Appia che da Avellino,per il Calore e l’Alto Ofanto, giungeva alla piana del Tavoliere. Dal Tavoliere una strada per Lesina,Ripalta, San Nazario, Segri, il Passo di Civitella e Carpino conduceva a Monte Sant’Angelo. Una seconda via seguiva il corso dell’antica Frentana-Traiana che collegava Roma, Benevento e Brindisi, passando per il Tavoliere; nel Medioevo, percorsa da un intenso flusso di pellegrini diretti ai porti d’imbarco per la Terra Santa, venne detta via Francigena .La Traiana aveva costituito l’asse viario più importante della Daunia: sul suo percorso erano Teanum Apulum, che sarebbe diventata Civitate, ed Ergitium, l’odierno Casale Sant’Eleuterio, importante nodo stradale, da cui la strada si biforcava da una parte verso nord-est, attraverso la Valle dello Stignano, San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, che è poi la via sacra dei Longobardi propriamente detta, dall’altra parte, verso sud- est, per il Tavoliere e Siponto. Probabilmente con il regno di Liutprando (712-744) si ebbe una ristrutturazione della rete viaria e i re longobardi facilitarono il cammino dei pellegrini, come fece Radelchi, alla metà del IX sec., quando dopo la divisione dei principati di Capua e Benevento si impegnò a permettere il passaggio dei pellegrini diretti da Capua al Gargano. E’ da tenere ben presente il gran numero di chiese,monasteri, ospizi e ospedali, ripari e xenodochia che sorsero su questi percorsi per rendere più agevole il passaggio degli Appennini e il viaggio fino al Gargano. A questo proposito si può ricordare che la regina Ansa, moglie di Desiderio, secondo Paolo Diacono avrebbe promosso la costruzione di ospizi per i pellegrini. Le strade inoltre dovevano essere presidiate per resistere agli attacchi dei Bizantini; si spiegano quindi toponimi quali Castelnuovo o Castelpagano e i resti di fortificazioni. Lungo queste strade e lungo i sentieri che salivano alla cima del monte, che ancora oggi hanno nomi come Malipassi, Jumitite, Stamburlante e Scannamugliera, sono ancora visibili le tracce che un passaggio secolare di uomini e animali ha impresso profondamente sul terreno.
Fra X e XI sec. il culto dell’Arcangelo ebbe un ruolo importante nel tentativo generale di bizantinizzazione della Puglia orientale, protetta dalla barriera delle città fortificate che il catapano Basilio Bojohannes aveva fondato lungo il confine. Ma gli stessi Normanni, futuri padroni dell’Italia Meridionale, secondo la cronaca di Guglielmo di Puglia, salirono al Gargano fra il 1012 e il 1017 e quì incontrarono il ribelle Melo da Bari. Nello stesso periodo altri pellegrini illustri, come Enrico II e Papa Leone IX si recarono al Santuario. Ma se il Santuario era divenuto simbolo del potere, ciò era vero in particolar modo per i Normanni già legati al Santuario di Mont Saint Michel dove i primi Duchi di Normandia si recavano per pregare San Michele. Il Santuario ha poi perso progressivamente la sua importanza politica ma il culto e il pellegrinaggio al Monte hanno mantenuto ininterrotta la loro antica tradizione. Migliaia di pellegrini hanno continuato a salire sul Gargano, si possono citare a questo proposito Anselmo Adorno e il figlio Giovanni che nel 1470 passarono per il Gargano. Il culto ebbe ulteriore incremento nell’età della Controriforma, per opera dei Gesuiti che vedevano nell’Arcangelo Michele vincitore del dragone, adombrante l’eresia protestante, il trionfo della chiesa Cattolica, e nel XVII sec., per la presunta azione taumaturgica del santo contro la peste. Nel secolo scorso la figura popolare del pellegrino, contadino o pastore, era ancora caratteristica del folklore locale e ci si può rendere conto di quanto questo culto sia ancora vivo anche se con forme mutate.
Orsara di Puglia è un piccolo centro del Subappennino Dauno a 650 m di altezza tra la valle del Cervaro e quella del Sannoro. Si trova quasi al confine con la Campania tanto è vero che, con il nome di Orsara dauno irpina, fino al 1927 pertineva alla provincia di Avellino.Le sue origini sono piuttosto oscure. Non se ne hanno attestazioni documentarie anteriori ad un diploma del 1^ gennaio 1024 in cui si dice che il confine del territorio della città di Troia ” ferit ad speluncam Ursariae “.Tuttavia le testimonianze archeologiche più antiche rinvenute nella zona, riferibili ad arredi tombali e non ancora compiutamente studiate mostrano che il territorio era già abitato nell’età del bronzo. La quantità di reperti conservati presso l’Antiquarium Diocesano (o Museo) di Orsara è molto grande e comprende pezzi attribuiti ad un arco cronologico che va dalla preistoria, attraverso l’età della colonizzazione greca e romana, fino al Medioevo ed oltre. I pezzi necessitano di un’adeguata sistemazione che sarà possibile probabilmente, a restauro ultimato, nei locali al pianterreno della ex-Abbazia dell’Angelo. I reperti,venuti alla luce nelle campagne circostanti e, per interessamento distudiosi locali, raccolti e conservati, sono stati per la maggior parte schedati presso la Soprintendenza Archeologica. Le testimonianze di età romana mostrano in modo particolare la frequentazione della località detta Magliano, che anche nel nome richiama un’origine toponomastica latina. Nell’Antiquarium Diocesano è possibile vedere epigrafi, resti di sculture e parti decorative di pregevole fattura un tempo appartenute ad edifici,come i resti di pavimento a mosaico o le sime con gocciolatoio leonino in terracotta. Del resto Orsara insiste in un’area intensamente romanizzata -basti pensare ai vicini centri di Aecae, Ausculum e Vibinum, interessata anche dalla importante rete viaria di collegamento fra Roma e la costa adriatica. La situazione della rete stradale pre e protostorica, per l’area in esame, non è documentata, nasceva da necessità di scambio ed era finalizzata a collegare il Pre Appennino, la pianura e la costa ai grossi centri produttori, ma, con la conquista dell’Oriente, la Daunia divenne un semplice punto di passaggio. Con il fenomeno delle ville rustiche dei grandi latifondisti, la rete di comunicazione primitiva perse di importanza ma si sviluppò una rete limitata al rapporto fra le ville stesse. Dal II sec. d.C. le grandi vie di comunicazione vennero rese pubbliche dopo essere state lastricate e risistemate in tracciati che sono ricostruibili attraverso l’indicazione delle pietre miliari e delle stazioni riportate negli Itineraria. Le varie ipotesi di ricostruzione di questi percorsi seguono tutte più o meno lo stesso andamento, con piccole variazioni, utilizzano, come fonti, testimonianze letterarie, come il viaggio descritto da Orazio nella V Satira del I libro; antichi itinerari, quali l’Itinerarium Burdigalense, nel quale sono segnate le stazioni di cambio per i cavalli Mutationes e le Mansiones per offrire riposo ai viaggiatori; tengono conto inoltre di ritrovamenti archeologici e di prospezioni aerofotografiche. Il tratto che a noi interessa è quello compreso fra i due nodi stradali sicuramente documentati di Aequum Tuticum, dal 1794 identificato unanimemente con “contrada San Eleuterio “, ed Aecae, presso l’odierna Troia. San Eleuterio, a Sud di Orsara è documentato come centro urbano fino al V secolo, il che fa pensare ad una rapida decadenza della città. In questa zona la ricognizione del tracciato delle vie romane presenta delle difficoltà. I due centri erano collegati tramite la via Trajana che da Benevento arrivava, attraverso varie tappe, in Sant’Eleuterio-Aequum Tuticum dove confluiva la via Herculea che proveniva dalla Lucania e quindi da Venosa. Da quì si dirigeva verso nord-est attraverso le “Tre Fontane” fino a San Vito (938 m.s.l.m. il suo punto più alto), quindi raggiungeva la MUTATIO AQUILONIS, che dovrebbe identificarsi con una località sul fiume Celone, una volta detto Aquilo, e salendo per il Buccolo, raggiungeva la città di Troia. Oltre la Via Trajana, probabilmente un’altra strada attraversava la stessa zona, seguendo il corso del Cervaro. La questione riveste per noi una certa importanza in quanto tale strada sarebbe risultata parallela all’Appia Trajana. Sui fogli 1: 100.000 dell’I.G.M. relativi ad Ariano Irpino e a Lucera, allegati allo studio dell’Alvisi, è inoltre la indicazione di una via passante per Orsara che staccandosi dalla strada che attraversava il Vallo di Bovino all’altezza dell’attuale Stazione F.S. di Orsara, sarebbe passata molto vicino al luogo dove oggi sorge il paese e, dopo aver attraversato la zona di Magliano, avrebbe raggiunto Troia. La Alvisi, infatti, interpretando aerofotografie del 1954,individua una traccia che si distacca a sud del Cervaro, all’altezza del ponte di Bovino, e che passando a nord di Castelluccio dei Sauri, punta ad est verso Ordona; ipotizza pertanto una strada più antica della Trajana che utilizzava il Vallo del Cervaro. A sostegno di questa ipotesi si può menzionare l’episodio di Annibale che, sceso in Puglia dopo aver sconfitto i Romani al Trasimeno, distrutta Lucera ed Arpi, si accampò nel luogo noto come Castrannibale (toponimo presente nei documenti medioevali). Questo luogo va identificato con il castello di Montecalvello o Montecalveolo presso Orsara in posizione strategica per dominare il passaggio fra Sannio, Apulia e Irpinia. Annibale successivamente, per recarsi a Benevento attraverso Savignano, Ariano e Grottaminarda, dovette utilizzare il passaggio del Vallo. La Valle del Cervaro, costituisce una naturale via di comunicazione tra Ariano Irpino ed il Tavoliere; il Vallo di Bovino è considerato uno dei migliori passi del Preappennino, attraversato ancora oggi dalla ferrovia e dalla Statale. Il Vallo deve quindi aver rivestito un ruolo importante nelle comunicazioni dall’antichità ai giorni nostri. L’ipotesi dell’esistenza di una strada trasversale passante per la zona di Orsara trova qualche appiglio nei rinvenimenti archeologici effettuati nella zona di Magliano dove dovevano essere presenti grandi ville romane che utilizzavano strade di intercomunicazione diverse dalle grandi arterie. L’utilizzazione di reti stradali alternative dovette intensificarsi nell’epoca della guerra greco gotica, quando il disgregamento del potere centrale in grado di mantenere efficiente la rete viaria, e la paura connessa alle frequenti invasioni, favorirono questo fenomeno, collegato anche alla decadenza dei centri urbani. Le strade più frequentate si adattarono alla nuova situazione insediativa e utilizzarono così solo alcuni tratti delle vecchie strade romane, specie nei punti in cui ciò era indispensabile come ad esempio nei valichi montani. E’probabile che ciò avvenisse anche nel caso della vecchia Via Trajana che proprio nella zona di Orsara attraversava gli Appennini. Gran parte del Traffico che si svolgeva lungo queste arterie era costituito, nel Medioevo, da pellegrini che si recavano a visitare i Loca Sancta. Lungo il percorso dei pellegrini, tappa importante in Puglia è naturalmente il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, meta di pellegrinaggio fin dal lV sec. In questo contesto è fondamentale il collegamento fra Monte Sant’Angelo e Benevento, utilizzato non solo durante il periodo longobardo, quando si stabilì la cosiddetta “Via Sacra dei Longobardi”,di cui abbiamo avuto modo di parlare, ma anche in seguito. In generale lungo queste grandi arterie sorsero xenodochia e ospedali che fornivano assistenza ai pellegrini ed assolvevano la funzione delle antiche stazioni. Un documento importante per fare luce sulla situazione pugliese, nel momento della trasformazione della rete viaria antica in quella medioevale, è costituito proprio dalla relazione di viaggio compilata da un pellegrino. Si tratta dell’Itinerarium Burdigalense (o Itinerarium Hierosolimitanum) il cui esame a confronto con altri Itineraria, è stato condotto da Gelsomino, Si tratta dell’annotazione delle tappe di un viaggio in Terrasanta condotto da un pellegrino di Burdigala, oggi Bordeaux, il quale torna a casa attraverso la Puglia, intorno ai primi mesi del 334 d. C., usufruendo del sistema postale di Costantino. Il tracciato ricostruito da Gelsomino può sostanzialmente identificarsi con quello della via Trajana. La strada da Troia (m. 439) saliva a quasi mille metri (Masseria San Vito m. 971) e qui Gelsomino rintraccia resti di questa strada nel Ponte dei Ladroni, in quello delle chianche e quello di Buonalbergo. La strada, che fu ristrutturata da Settimio Severo, Caracalla e Costantino, seguiva così, giungendo da Troia, la Valle del Celone, l’antico Aquilo,presso il quale era la Mutatio Aquilonis, e si giungeva al Piano di San Eleuterio. Aequum Tuticum (Aequum Magnum nell’Itinerarium Burdigalense). Lo studioso afferma che in seguito questa strada fu abbandonata o si crearono percorsi alternativi. La stessa via di pellegrinaggio deve essere stata utilizzata a lungo se, a distanza di secoli, era ancora frequentata. Si può leggere infatti nella relazione del viaggio di Anselmo e Giovanni Adorno in Terrasanta, scritta fra il 1470 e il 1471, che il percorso dei pellegrini, che nel viaggio di ritorno attraversarono la Puglia, tocca la zona di Orsara. Anselmo e Giovanni provenendo dalla Terrasanta, passano per il Santuario di San Michele sul Gargano e poi proseguono per Troia e per quello che chiamano il Mont Crepour (Crepacore) descritto come alto, isolato e pericoloso per i venti che, quando soffiano molto forte, non permettono il passaggio. Si cita anche San Vito, una casa “parvula” in cima al Mont Crepour a sette miglia da Troia in cui i viaggiatori possono trovare ospitalità. Fra le “direttrici di transito a lunga durata” sono da ricordare inoltre i percorsi segnati dai tratturi già nell’età del Bronzo, utilizzati in epoca romana e divenuti proprietà demaniale, attraverso la sistemazione operata dagli aragonesi. Questi percorsi comunque sempre riferiti alle esigenze dell’economia pastorale e distinti dalle strade che variano percorso in relazione alla situazione dei centri urbani che attraversano. Uno sguardo alla Carta dei Tratturi, che ne riporta il tracciato nella sistemazione più recente, mostra come questi percorsi non toccassero direttamente Orsara che viene a trovarsi tra il tratturello non reintegrato Foggia – Camporeale, che saliva per il Monte San Vito, Celle San Vito, Troia, e il tratturello non reintegrato Cerignola – Ponte di Bovino, che costeggiando dapprima il Cervaro si allontanava poi verso Castelluccio dei Sauri. Un accenno ad Orsara è possibile trovare nell’opera di Andrea Gaudiani, Notizie per il buon governo della Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia, pubblicato a Foggia nel 1700. “Orsara” vi è menzionata come uno dei contropassi proibiti che venivano custoditi per impedire alle greggi di entrare in Puglia prima della data stabilita per legge. L’autore cita anche un tratturo, fra i tre principali, che passava presso Orsara: “Il terzo viene da Pescoaseruli, Alfidena, Castel di Sangro, Isernia, Supino, S.Marco, Crepacore, Ursara, Bovino, Iliceto et Ascoli”: un percorso quindi che dall’Abruzzo scendeva verso la Puglia. Nei Demani di Troia e Orsara erano comunque, sempre secondo il Gaudiani, i riposi per il bestiame che calava dai monti verso Ponente. Per concludere, Orsara si troverebbe in posizione un pò arretrata rispetto alle grandi vie di comunicazione ma a poca distanza da esse. E’ certamente particolare la sua posizione centrale fra i due assi costituiti dalla antica Via Trajana e dalla strada per il Vallo di Bovino. Il paese deve essere sorto, in epoca non documentata, su un percorso di viabilità secondaria che già dall’antichità doveva mettere in comunicazione i due rami principali ed è un dato di fatto che l’Abbazia dell’Angelo costituiva un richiamo per i pellegrini diretti al Sacro Speco del Gargano. A questo si può aggiungere che la vicinanza del tratturo proveniente dal nord doveva mettere in comunicazione questa zona anche con l’Abruzzo e il Molise.
Ai margini dell’abitato di Orsara a Nord in località Castello e in prossimità del Convento di
S. Domenico, sorgono i resti della cinta muraria medioevale, intervallata da torrioni quadrangolari. Di questi robusti torrioni ne sono rimasti in piedi solo tre, edificati in opera muraria incerta e paragonabili ad altri che, allo stato di rudere,segnano il sito di alcune città che furono fondate nei primi decenni dell’XI sec. dai Bizantini lungo la frontiera del Fortore e poi abbandonate nel tardo medioevo. Uno di essi è stato inglobato da una casa privata. Sono visibili poi numerosi resti di muratura (sopravvissuti forse grazie alla posizione in cui si trovano), oggi all’interno del cortile del Convento di S. Domenico. A partire da questa cinta muraria si può cercare di ricostruire lo sviluppo del nucleo urbano. Guardando la planimetria di Orsara si nota come il margine del paese a nord e ad ovest, dove l’orografia determina un rapido abbassamento di quota, segua quasi una linea continua che a partire dalle torri, prosegue per il Convento di S. Domenico e, per il crinale scosceso, arriva all’Abbazia dell’Angelo posta al margine ovest dell’abitato. A conferma di un tale andamento della cinta muraria v’è la presenza di due delle tre porte del paese, e cioè la Porta Ecana, l’unica ancora esistente, non lontano, verso sud, dall’Abbazia dell’Angelo e la Porta S. Giovanni presso il Convento di S. Domenico. Una terza porta detta di San Pietro, era presente a Est dell’abitato e la sua scomparsa è dovuta allo sviluppo recente del paese in quella direzione. Allo stesso motivo si dovrebbe imputare la scomparsa della cinta muraria in quella zona e a sud, abbattuta probabilmente per far posto ai nuovi edifici. Il Convento di S. Domenico, oggi affidato alle Figlie di Nostra Signora di Monte Calvario, chiuso temporaneamente per restauro, era in origine dedicato a
S. Giovanni. Non si hanno notizie certe sulla fase iniziale di questo insediamento che la tradizione locale vorrebbe fondato dai Cavalieri dell’Ordine di Malta, quindi passato ai Frati Domenicani, abitato da alcuni eremiti e affidato quindi alle Monache del Divino Redentore. Il complesso, costituito da numerosi ambienti su più piani, presenta un chiostro quadrangolare sul quale si affacciano i corridoi delle celle per i monaci. La chiesa, barocca, è attualmente chiusa anch’essa per restauro. La strada che parte dal convento e va verso l’esterno del paese è intitolata a San Rocco e, stando alla devozione particolare per questo santo, non è escluso che in passato ci fosse una chiesa fuori porta,oggi scomparsa, a lui dedicata. Come già accennato è difficile determinare la posizione della antica cinta muraria ad est. Si può ipotizzare che le mura non si estendessero oltre la chiesa della Madonna della Neve in quanto un’incerta notizia riporta che la chiesa oggi esistente sarebbe una ricostruzione, poco distante, dell’edificio originario sorto intorno al 1000 extra – moenia, del quale sarebbe stato utilizzato solo il portale. Il nucleo interno del paese più antico si sviluppa intorno alle uniche altre due chiese, in posizione centrale rispetto alla cinta, a poca distanza una dall’altra. Si tratta della chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari, documentata per la prima volta nel 1303 e successivamente molto rimaneggiata, dietro la quale è la Strada detta ” della Collegiata” che conserva edifici del XVI secolo, e la chiesa barocca di S. Maria delle Grazie, detta tradizionalmente dei Morti, per il tema ricorrente, rappresentato sulla facciata e all’interno, di teschi e ossa umane. Le strade del nucleo più antico sono disposte all’incirca ad avvolgimento intorno alla Chiesa Parrocchiale;a nord e ad ovest seguono l’orografia e quella che doveva essere la linea delle mura. Il nucleo centrale è attraversato da un asse viario est-ovest sul quale sorgono la chiesa Parrocchiale e quella di S. Maria delle Grazie, collegato forse in origine all’Abbazia dell’Angelo. La zona antistante il complesso abbaziale (oggi P.za Mazzini),fu interessata fra il XVI e XVII secolo,ad opera dei Guevara, da alcuni rimaneggiamenti, che,con l’intento di creare un passaggio coperto fra il palazzo della ex-Abbazia e la piazza antistante la chiesa parrocchiale, dovettero interrompere il vecchio asse viario; crearono infatti, con la costruzione di un cavalcavia, un camminamento che dal Palazzo, attraverso gli edifici di fronte e quelli dove oggi ha sede l’asilo comunale, giunge davanti alla chiesa di S. Nicola. L’Abbazia dell’Angelo, situata sulla cinta muraria e ben visibile dalla strada proveniente da Troia, deve aver costituito un importante punto di riferimento per il territorio circostante. Contemporaneamente, posta all’estremità dell’asse viario principale est-ovest, deve aver condizionato lo sviluppo urbano. Con la sua decadenza, il complesso abbaziale rimase sempre più emarginato nell’ambito della vita cittadina, fino ad assumere una posizione periferica rispetto al moderno accrescimento del tessuto urbano.
La nascita del centro urbano di Orsara probabilmente è collegabile alla fondazione dell’Abbazia dell’Angelo. Il toponimo, come abbiamo già notato, non compare nelle fonti scritte fino al 1024 e, anche se la storiografia locale afferma un’origine remota di Orsara, i reperti archeologici riferibili a varie epoche, dall’età dei metalli in poi, non testimoniano con sicurezza l’esistenza di un centro urbano,ma potrebbero allo stesso modo indicare un tipo di insediamento sparso. L’ipotesi più attendibile è quella che vede svilupparsi il paese a ridosso dell’Abbazia dell’Angelo, fondata dai benedettini nell’XI sec. Quando i baiuli imperiali nel 1024, alla presenza di Basilio Boiohannes, su richiesta degli abitanti di Troia che avevano resistito all’assedio di Enrico II, stabiliscono i confini del territorio di pertinenza della città, il confine toccava la “spelunca Ursariae”. Si tratta probabilmente della “grotta dell’Angelo” che a quella data doveva già essere nota per il culto micaelico e quindi assumibile come indicazione topografica. Se nel 1080 viene citata una “silva de Ursara”, la prima volta in cui si parla di Ursaria come centro urbano distinto dall’Abbazia è nel 1156 quando in un documento si accenna ad una “via pubblica”, nella zona del Sannoro, che da Troia conduce ad Ursaria. Il più antico riferimento all’Abbazia ci è giunto in un altro documento troiano del 1125, in cui l’insediamento pare aver raggiunto una notevole floridezza. La storiografia locale,invece, riferisce la nascita dell’Abbazia ai primi tempi del Cristianesimo e alcuni studiosi, dal Giustiniani (1804) al Tramonte (1975) collegano lo sviluppo del complesso monastico e del centro urbano al periodo longobardo, quando la zona era compresa nel Principato di Benevento. In realtà un periodo longobardo della storia di Orsara non è documentabile e questa ipotesi cronologica trova appiglio solo in relazione all’interesse dei Longobardi per il culto dell’Arcangelo e al loro impegno per lo sviluppo del Santuario di Monte Sant’Angelo. Anche due iscrizioni, conservate presso la chiesa dell’Angelo non offrono prove certe dell’esistenza dell’Abbazia già nei primi anni dell’XI secolo: una delle due riporterebbe la data 1003, ma l’epigrafe ci è giunta frammentaria e il testo ci è pervenuto solo attraverso le citazioni della storiografia locale. Ad un esame paleografico entrambe le iscrizioni, che si riferiscono ad un certo Petrus Legionensis Abbas Ursare e menzionano una dedica della chiesa alla SS. Trinità, sono risultate databili fra XIII e XIV secolo. Nonostante l’incertezza sulle origini, da questi dati si può desumere che l’Abbazia e il centro urbano si svilupparono nel corso dell’XI secolo e furono partecipi degli importanti avvenimenti che interessarono quel territorio di confine fra Longobardi e Bizantini. Dopo l’infruttuosa impresa (1018) di Melo da Bari e suo cognato Datto appoggiati da Longobardi e Normanni i quali fanno la loro prima apparizione in Puglia, e non a caso la leggenda vuole che l’incontro sia avvenuto al Santuario di Montesantangelo, il Catapano Basilio Boiohannes fortifica il confine sempre sottoposto a pressione, promuovendo la fondazione e la costruzione di città fortificate in grado di costituire un vero cordone difensivo contro gli attacchi esterni. Nascono così Civitate, Fiorentino, Dragonara, Melfi, Tertiveri, Montecorvino e Troia che, se opposero dapprima una valida resistenza, e mi riferisco in modo particolare a Troia- non poterono impedire l’insediamento progressivo dei Normanni. Non è possibile dire in quale area di influenza gravitasse Orsara che era al limite del territorio : il cosiddetto”Limitone” fra Greci e Longobardi, non sempre ben definito, doveva passare fra Bovino e Ariano Irpino. Un documento del 1019 e quello del 1024 descrivono minuziosamente i confini del territorio troiano; risultano utili,nonostante la scomparsa o la non facile identificazione di molti dei luoghi citati, per ricostruire la configurazione della zona fra Troia e Orsara. Vi si evidenzia,per esempio, la fitta presenza di piccoli centri abitati e di insediamenti religiosi che popolano le campagne. Il clero latino era largamente rappresentato, per la tolleranza dei Bizantini che permisero l’insediamento dei vescovadi latini nelle città da loro fondate (ad esempio Civitate, Dragonara e la stessa Troia), ma l’elemento greco è presente ad esempio nel monastero di S. Nazario di Monte Magliano la cui fondazione è anteriore al 1059. Questo però non prova che l’Abbazia dell’Angelo si sia sviluppata – come sostiene Cotugno, da un originario cenobio fondato da monaci provenienti dall’oriente. Ad avvalorare la sua ipotesi, lo studioso ricorda la presenza di dipinti su tavola di tipo bizantino nella chiesa dell’Angelo. Era ancora possibile vederli, a quanto riportato da Del Giudice, fino a l5 agosto 1840: “All’altare maggiore di detta chiesa di
S. Maria sovrasta la di lei veneranda effigie tenendo a destra quella dell’Arcangelo S. Michele ed a sinistra l’altare di S. Pietro Apostolo. Tali pitture sono antichissime e di elegante pennello greco sopra tavole”. Queste perdute icone di epoca imprecisabile, provano solo l’adesione dei committenti ad un gusto legato alla tradizione pittorica bizantina, tenacemente presente in Puglia per lunghi secoli. Negli ateliers monastici (ad esempio S. Maria delle Tremiti) già dall’XI secolo venivano prodotte icone. Ma ancora nel XV e XVI secolo,” negli ambiti culturali più conservativi … non era raro imbattersi in opere dipinte “alla greca” o in iconografi cretesi emigrati” che, dopo la caduta di Bisanzio in mano ai Turchi nel 1453, tendevano “a perpetuare e a custodire a livello tecnico stilistico e iconografico la preziosa eredità costantinopolitana”. Fra i molti insediamenti benedettini presenti nel territorio si può citare il Monastero dei Santi Nicandro e Marciano,sorto prima del 1064 sul Monte Maggiore a poca distanza da Orsara, e donato nel 1080 a Desiderio di Montecassino da Roberto il Guiscardo. La zona fu certamente teatro delle operazioni militari condotte dal ribelle Melo da Bari che ottenne a Vaccarizza una vittoria (1071), ma non trova riscontro documentario la notizia secondo la quale nello stesso anno egli avrebbe stabilito un presidio ad Orsara ed approntato le difese contro Troia nella zona oggi detto Guardiola, facendo costruire, dopo la disfatta dei Bizantini, la Chiesa di San Salvatore. Lo stesso si può dire circa la notizia secondo la quale quando Melo si rifugiò per la prima volta in Germania (prima del 1015), Datto avrebbe trovato asilo a Montecassino presso l’Abate Atenolfo per “relazioni favorevoli dell’Abbazia di Sant’Angelo di Orsara” ottenendo in seguito la concessione a fortificarsi nella torre del Garigliano. I Normanni erano comunque presenti in zona già dall’agosto del 1051 se è vero che nella chiesa del Castrum Monti Ylaris, a poca distanza da Orsara, sarebbe stato ucciso il conte Drogone Normanno (fratello e successore di Guglielmo Braccio di Ferro, morto nel 1046), e annientato tutto il suo seguito ad opera di Riso. Questi, fortificatosi nello stesso Castrum, sarebbe poi stato fatto prigioniero e giustiziato a sua volta come traditore dopo la sconfitta di Argiro. Il territorio sarebbe stato interessato anche dalla fondazione di nuovi centri urbani promossa dai Normanni. Esemplare in tal senso la vicenda di Castellum Novum, sorto nella zona oggi nota come Ripalonga a nord di Orsara. Eretto dal normanno Niellus, figlio di Tristano, che aveva partecipato alla conquista di Benevento e della Puglia, fu donato nel 1065 a Santa Sofia di Benevento da Roberto il Guiscardo residente a Troia. Durante il XII sec. i Normanni hanno ormai preso capillarmente il controllo del territorio. Così nel 1122 Guglielmo d’Altavilla, fratello e vassallo del conte Roberto di Loritello è signore di Biccari. Roberto de Boctio, vassallo di Riccardo de Guasto, possiede Vetruscelle, luogo ad ovest di Orsara, e nella stessa zona il cavaliere Ugo Castelli Potonis è nel 1133 signore del Castrum Crepacordis. In questo contesto caratterizzato, come abbiamo visto, da insediamenti di vario tipo compare per la prima volta nel 1125 il Monastero di Sant’Angelo di Orsara e, non a caso, fra le carte di Troia, centro importante e sede vescovile più vicina; l’abbazia deve aver avuto il suo momento d’oro proprio nel XII secolo. Il 5 dicembre 1127 Onorio II, concedendo diritti e privilegi agli abitanti di Troia, imponeva che tutti i troiani vivessero sotto un’unica legge ed un unico signore; sottraeva a questi obblighi gli uomini pertinenti ai vescovi o abati di S. Nicola, S. Angelo de Ursaria e San Nicola e San Angelo de Rodingo. L’abate di Orsara era quindi indipendente da Troia. Il monastero aveva molti possedimenti nella zona di Montecalvello ed era oggetto di frequenti donazioni. Ad esempio, nel già citato documento del 1125, Guglielmo, vescovo di Troia, chiedeva all’Abate MARTINO di pagare un diritto episcopale annuale di due Romanati, nella ricorrenza dell’Assunzione, per la dedicazione della Chiesa di S. Maria di Montecalvello, di pertinenza dell’Abbazia, e si riservava la possibilità di aumentarlo. Nella stessa zona il Monastero possedeva due pezzi di terra, donati nel settembre 1130 da un abitante di Troia, e alcune terre, citate in un documento del 1132. Sempre a Montecalvello, l’Abbazia, nella persona dell’Abate MARTINO II, acquista, nel marzo 1144, una parte di foresta presso il fiume Sannoro e il Vallone “qui dicitur rivus Vassoni” per costruirvi un mulino, mentre il 10 luglio del 1186 è l’Abate PIETRO ad acquistare altre terre nella stessa zona. Ma i possedimenti dell’Abbazia non erano limitati a Montecalvello ed è del luglio 1146 l’acquisto di una terra presso la fonte di Malo Cor. In una carta del 6 luglio 1172 si apprende che l’Abbazia possiede terre nei pressi di Vaccarizza ed in particolare vicino alle terre “Sanctae Mariae de Vaccaritia” ma anche in “loco ubi dicitur foresta domni Co(n)teri” e nei pressi del “flumen Acelon (is)”. A parte la donazione del medico troiano Eneas e sua moglie Marenda, (avvenuta nell’ottobre 1138 sotto l’Abate HERUS, che dimostra il prestigio raggiunto dal Monastero, è degno di nota il fatto che l’Abbazia possedesse delle saline presso S. Leonardo di Siponto (documenti del maggio 1154, novembre 1158 e aprile 1199. Ma se l’abate è citato nel Catalogo dei Baroni ed esercita quindi funzioni signorili, mai sopita è la conflittualità con il Vescovo di Troia. Nel marzo 1159 l’Abate PELAGIO, per porre fine alla contesa sorta sulla questione delle offerte con il Vescovo di Troia Guglielmo III, gli dona una casa, un orto e delle vigne di sua proprietà, site a Foggia. E’ opportuno soffermarsi sul documento in quanto, oltre ad apprendere che vecchi patti erano stati già stipulati dal predecessore di Pelagio, GIULIANO I, si viene a sapere che l’Abbazia aveva la giurisdizione su una casa fatta costruire nel territorio di Foggia dall’Abate Martino in onore della Santa Croce “sine episcopali et canonicorum auctoritate” con annesso cimitero. Nel documento si dice inoltre che al vescovo non spettava niente di ciò che era stato lasciato nel Monastero dai servi e dagli uomini “in Hospitalibus nostris obeuntes”.
I monaci fornivano quindi accoglienza ed ospitalità a uomini che alle volte morivano in loco lasciando i loro beni al monastero. Da questi beni sono distinte nel documento le donazioni fatte al monastero, “sine iudicio”, in cibarie, bevande, piccoli doni o elemosine sulle quali il Vescovo non poteva accampare pretese. L’Abbazia, sottoposta direttamente a Roma e indipendente dal Vescovo, quale Abbazia Nullius, è indicata nel LIBER CENSUUM SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE in cui, nell’anno 1192, sotto il pontificato di Celestino III, era tassata per un’oncia d’oro; è elencata poi al ventiseiesimo posto fra i “Nomina Abbatiarum et Canonicorum Regularium Sancti Petri “. Ma la grande ricchezza dell’istituto alla fine del XII sec. è messa in luce da un documento stilato a Palermo, il 15 ottobre 1195, dal vescovo di Troia Gualterius, cancelliere e familiare del regno, per conto di Enrico VI. L’imperatore assegna a Sant’Angelo il Casale di San Lupus, nella Diocesi di Troia, in cambio di due casali in terra di Taranto, Maiulanus e Mutata, ceduti in passato come contropartita per un prestito di quattrocento once concesso dall’Abbazia all’imperatore stesso. Una tappa fondamentale nella vicenda storica dell’Abbazia viene introdotta da un documento redatto a Rieti per conto di Papa Onorio III il 28 Agosto 1225: il pontefice conferma al Vescovo Martino e al Capitolo di Zamora in Spagna, alla presenza di numerosi testimoni, la vendita da parte dell’Abate e del Monastero di Sant’Angelo di Ursaria, della città di Bamba, nella “Valle de Scema” in diocesi di Zamora. I legami dell’Abbazia con la penisola Iberica si stringono ulteriormente nel 1229: il 29 marzo, da Perugia, Gregorio IX scrive al Maestro e ai Frati della Milizia dei Calatrava concedendo loro il monastero “S. Angeli de Ursaria Troiane diocesi”, su richiesta della Regina di Leon, Teresa e delle sue figlie Sancia e Dulcia avanzata per mezzo di frate Pelagio, Vescovo Albanese e di Egidio,Cardinale Diacono dei Santi Cosma e Damiano. Il Papa, nella speranza che questo affidamento serva ad ampliare ed ingrandire il monastero, invita l’Ordine dei Cavalieri di Calatrava ad inviare ad Orsara chierici e laici dell’Ordine,che vi si stabiliscano e vi diffondano il loro stile di vita religiosa. L’Oridne Monastico-Cavalleresco di Calatrava è poco noto in Italia ed è molto difficile reperire studi che ne trattino in modo specifico. L’Ordine sarebbe stato istituito dal Re di Castiglia Sancho III, nel 1158. Ciò avvenne per la defezione dei Cavalieri Templari che nel 1155 avevano rifiutato di difendere la fortezza di Kalaat Rawah minacciata dagli Almohades. Erano presenti alla corte di Toledo, in quell’epoca, l’Abate del monastero cistercense di Santa Maria di Fitero, Raimondo Serrat, e il frate converso Diego Velasquez, originario di Burreva nella Vecchia Castiglia e, in passato, valente cavaliere; costoro accettarono di difendere Calatrava fondando l’Ordine che venne poi approvato da Papa Alessandro III, il 25/9/1164, e aggregato all’Ordine Cistercense, con l’Abbazia francese di Morimond quale casa-madre. A seguito dei contrasti sorti alla morte dell’Abate Raimondo, fra cavalieri e monaci, i cavalieri si staccarono dai monaci dando origine ad un ordine diverso da quello Cistercense, dal quale pure continuavano a dipendere. Della nuova fondazione facevano parte quindi cappellani (freyles, clèrigos, freyles conventuales), i quali vivevano nel Sacro Convento e nei Priorati, seguendo la Regola Cistercense, e Cavalieri (milites, caballeros) che vivevano nelle commende, dovevano partecipare all’ufficio corale ed erano soprattutto impiegati nella lotta ai Musulmani. Pare invece che l’Ordine non abbia mai svolto attività ospitaliera. Secondo alcuni la presenza dei Calatrava ad Orsara va ricondotta proprio all’impegno dell’Ordine contro i Musulmani e considerata nell’ambito della lotta che il Papa conduceva contro Federico II; in tale contesto è stata considerata anche la vicinanza di Orsara a Lucera, dove l’imperatore aveva cominciato a deportare i Saraceni già dal 1227. Tuttavia non vi sono conferme di un intervento diretto dei Calatrava nelle vicende sveve in Capitnata, neppure quando Federico II distrusse Troia fra il 1233 e il 1234 e quando l’esercito del Papa rinchiuso ad Ariano fu sconfitto da Re Manfredi. La presenza dei Calatrava ad Orsara si può interpretare anche in relazione alle vicende dinastiche spagnole. La Regina Teresa di Leon, postulante per l’affidamento ai Calatrava dell’Abbazia,era stata moglie di Re Alfonso IX di Castiglia. Alla data del 1229 (bolla papale) il matrimonio fra consanguinei dei due sovrani era già stato sciolto e, mentre Alfonso aveva sposato nel 1197 Bereguela di Castiglia, Teresa- proclamata poi Beata nel 1705 -, era entrata nel Monastero Cistercense di Villabuena in El – Bierzo da lei fondato. I due sovrani avevano avuto comunque tre figli: Sancha, Ferdinando e Dulce, e Alfonso nel 1220 aveva nominato sue eredi proprio Sancha e Dulce, che appaiono insieme alla madre Teresa nell’atto che riguarda Orsara. Si è fatta l’ipotesi che le principesse avessero voluto in tal modo assicurarsi l’appoggio dei Cavalieri di Calatrava nella lotta contro Ferdinando per il regno di Leon. Nel 1230 però, alla morte di Alfonso IX, il nuovo re fu Ferdinando III che sancì l’unione della Castiglia e del Leon e concesse in cambio alle legittime eredi una ricchissima dote. Probabilmente si riferiscono al periodo di permanenza dei Cavalieri, in complesso piuttosto oscuro per mancanza di documentazione, le due iscrizioni presenti nella Chiesa dell’Angelo, che fanno riferimento ad un abate PETRUS di Leon, promotore di lavori nella chiesa la cui origine spagnola viene esplicitamente sottolineata. Nella prima iscrizione si legge: ” + HOC OPUS EXTRUXIT SAPIENTER LEGIONENSIS / PRUDENS AT(QUE) PIUS PETRUS ABBAS URSARE / EST INDIVIDUE SUB TRINITATIS hon(ORE) / hoc TEMPLUM FACTUM NITIDO PLACIDOQ(UE) DECORE”. La seconda iscrizione giuntaci frammentaria, corre intorno ai argini di una lapide raffigurante un prelato; l’immagine è mutila e non possiamo più riscontrare gli attributi del potere abbaziale -mitra, baculo, dalmatica, croce pettorale, anello e coturni che la storiografia locale menziona. Il testo completo ci è giunto nella trascrizione del De Stefano e di Del Giudice: “Magni Christi gratie fidei nostrae anno 1003 Indictione 12 primo idibus Decembris hoc sepulcro templo hoc sepultus Petrus Abbas Ursariorum. Petrus Abbas Legionensis hujusmodi sculptum depinctum vidit templum “. La data 1003 non è più verificabile; inoltre, dal punto di vista paleografico, entrambe le iscrizioni sono state datate fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Al periodo di permanenza dei Calatrava ad Orsara la tradizione locale attribuisce un documento non rintracciabile che sarebbe stato emesso da Re Manfredi il 17/12/1259. In questo documento si sarebbe affermato che la Chiesa di Sant’Angelo di Orsara “de Ordine Calatrabe” veniva da Manfredi confermata, attraverso una lunga prova testimoniale, nel possesso di un “Casale Fragagniani situm in terra Hidronti” e di una chiesa chiamata S. Maria de Ponto sita in Brundisio. Non è possibile dimostrare l’autenticità del documento ma la notizia del possesso di un Casale a Fragagnano, in terra d’Otranto è indirettamente confermata da un documento emesso da Bonifacio VIII a Roma in Laterano il 2 febbraio 1295 di cui ci occuperemo più avanti. Il 25 novembre 1274, Carlo I d’Angiò, su richiesta del Gran Maestro dell’Ordine di Calatrava di Orsara, conferma al Monastero il possesso di alcune terre nella zona di Mons Ilares. L’istituto aveva dovuto infatti subire le molestie di un tal Symon de Caprosia che quale Signore di Mons Ilares ne rivendicava il possesso. Non si sa con precisione quando i Cavalieri lasciarono il Monastero di Orsara; la tradizione locale riferisce per lo più l’allontanamento all’anno 1294 quando i Cavalieri sarebbero stati richiamati in Spagna per aiutare i loro confratelli nella lotta contro gli Africani invasori. Nel 1295 il Monastero non era più nelle mani dei Calatrava in quanto Bonifacio VIII il 2 febbraio di quell’anno lo concesse a vita all’Arcivescovo di Trani Filippo con tutti i beni che erano stati dei Calatrava nelle città di Brindisi, Troia, Orsara, Fragagnano e altrove in Puglia, Sicilia, Calabria e Romagna; Carlo II d’Angiò, su richiesta di Filippo, ordinava che gli fosse confermata l’onnimodo diritto di feudo sopra la terra di Orsara ed i Casali di Pontealbaneto, Castelluccio Valmaggiore e Montecalvello che possedeva “Ratione Domus Ursarie Calatrabensis Ordinis”. L’Arcivescovo Filippo però morì subito dopo. Poco dopo, fra il 1298 e il 1300 il Gran Maestro Spagnolo dell’Ordine di Calatrava, GARCIA LOPEZ DE PADILLA, ricevette i feudi spagnoli di Colledo, Sabiote e Cogolludo, oltre alla città di Santo Stefano di Aznatoraf in Siria in cambio “del Monastero e Chiesa di Sant’Angelo di Orsara” da Ferdinando IV di Leon e Castiglia, il quale li avrebbe acquistati per la madre Maria. La storiografia locale afferma che in questo modo si sarebbe costituito il diritto di Regio Patronato che avrebbe comportato la nomina regia dell’Abate Rettore commendatore ma riferisce pure che nel 1300 la Domus S. Angeli di Orsara era compresa nell’elenco delle Chiese di Regio Patronato fatto compilare dal re di Napoli Carlo II d’Angiò in quell’anno. Si evidenzia quindi una confusione sulla situazione giuridica dell’Istituto, che atteraversa un periodo oscuro difficilmente ricostruibile attraverso la documentazione superstite. La tradizione locale parla di un affidamento per alcuni anni ai Cavalieri Templari e, sotto il pontificato di Clemente V, del trasferimento al Re di Napoli del diritto di eleggere l’Abate Mitrato con potere equivalente a quello vescovile. L’ultimo Abate sarebbe stato D. PLACIDO BARBONE del quale si sarebbe potuta vedere la tomba con lapide fino al 1753. Numerose furono nei secoli le dispute con l’Arcivescovo di Troia per conservare l’indipendenza da quella sede vescovile. Le fonti documentarie sono scarse e l’unico aiuto è fornito dalla storiografia locale che, avendo un interesse immediato e partigiano nel ricostruire la storia dell’autonomia dell’Istituto attraverso i secoli, ricercò, studiò ed elencò minuziosamente tutto quanto poteva essere utile allo scopo. L’aspetto che emerge chiaramente comunque è la decadenza progressiva del complesso abbaziale e la sua emarginazione anche rispetto al paese. I Re di Napoli vengono spesso citati dagli storiografi locali nelle vicende relative alla nomina dei Rettori e degli amministratori locali, fino alla descrizione di una complicata serie di avvenimenti in seguito alla quale Ferdinando I d’Aragona, all’indomani della battaglia del Sannoro, avrebbe concesso l’Abbazia al Vescovo di Troia intorno al 1464. Da questo momento fino per lo meno al 1762 pare che rettori dell’Abbazia di Sant’Angelo siano stati sempre, nominati dal Re, i Vescovi di Troia. In questi anni il paese di Orsara era passato dal possesso dei Cavaniglia a quello dei Guevara. Del Giudice menziona un atto del notaio Gregorio Russo di Napoli col quale il paese, insieme a Montellere e Montepreise, era stato venduto da Troiano Cavaniglia a Giovanni I Guevara, per sedicimila ducati, il 29/12/1524.
A questo avvenimento sono forse da collegare alcune modifiche nella sistemazione della grotta dell’Angelo, testimoniate da una lapide, oggi murata nella grotta, che porta la data del 1527.
Fra gli interventi promossi dai Guevara va sicuramente annoverata una fontana monumentale, di fronte all’edificio già abbaziale. Venne costruita nel 1547, come riportato dall’iscrizione murata all’interno : “URSARIENSES HUNC PERENNIS AQUAE FONTEM GUEVARAE IUSSU STATUERUNT MCCCCCXXXXVII”. Nel 1663, poi, la fonte dovette essere fornita di un loggiato a doppia arcata, come riportato dall’iscrizione sul frontone : ” D. FRAN GUEVRA BOCOPAG DUCIS BIBINI FIL UTILIS DOM URSAE IVCFOE INSBLEDIOR CULT SUBTB SUIS ERIGIV AN 1663 “. Francesco Guevara, l’unico feudatario che abbia risieduto stabilmente ad Orsara aveva ricevuto la città ed altri territori dal fratello primogenito Carlo Antonio, in cambio di un legato testamentario di quarantamila Ducati che questi non aveva potuto pagargli nel 1649, alla morte del padre Giovanni III Guevara, feudatario di Orsara. Secondo la storiografia locale egli avrebbe acquistato dal Clero di Orsara il Palazzo dei Calatrava, in cambio di un appezzamento di terreno di cinquantacinque versure in località LAURA. Nel 1590 si era verificato lo spostamento della sede parrocchiale del Capitolo di Orsara dalla Chiesa dell’Angelo a quella di San Nicola di Bari, con il mantenimento del titolo di Sant’Angelo e del sigillo con l’effigie dell’Arcangelo Michele e la legenda “Capitulum Sancti Angeli de Ursaria”. Lo spostamento comportò il trasferimento degli arredi sacri con il fonte battesimale, la statua dell’Arcangelo ed il monumentale coro ligneo. La chiesa dell’Angelo comincia in questo momento della sua storia ad essere indicata come chiesa dell’Annunziata forse perchè, dopo lo spostamento della sede parrocchiale, vi sarebbe rimasta la Cappella della Congregazione della Santissima Annunziata nella quale alcuni preti officiavano per mantenere viva la tradizione; in questa nuova situazione poteva più facilmente assumere la veste di cappella di Palazzo,direttamente collegata alla dimora del feudatario; non ci sono comunque notizie certe sugli interventi operati dal Duca di Bovino. All’inizio del 1700 il Capitolo di Orsara non officiava più, tranne che in circostanze particolari, nella vecchia chiesa abbaziale e il Clero non risiedeva più nell’edificio che era stato la sede monastica. Il complesso aveva perso del tutto la sua funzione primitiva e il Clero non era più di tipo regolare ma secolare. Il Capitolo di Orsara, però, ha sempre rivendicato la sua indipendenza nei confronti delle pretese del Vescovo di Troia riallacciandosi alla tradizione di passato splendore e autonomia dell’Istituto Abbaziale. In questo contesto si inserisce la vicenda di
D. FRANCESCANTONIO FATTORE unico canonico di Orsara che abbia ottenuto il Rettorato dell’antica Abbazia nel 1769. Alla sua morte (Novembre 1784) l’Abbazia sarebbe tornata ai vescovi di Troia.
Il complesso, sviluppatosi probabilmente intorno al fulcro della grotta di S. Michele, sorge sul fianco scosceso di un vallone. L’accesso non deve essere stato facile fino alla sistemazione attuale, che ha comportato opere di consolidamento del terreno franoso e la creazione di terrazze e scale di collegamento fra le varie parti del complesso. Questi lavori però hanno reso difficile la lettura della situazione originaria e hanno inglobato, ricoperto o addirittura disperso importanti testimonianze del periodo di maggiore splendore dell’Abbazia dell’Angelo. Del Giudice, ad esempio, ricorda che presso il cancello di accesso alla grotta ed ai giardini pubblici (lato sud della Chiesa dell’Angelo) furono costruiti, per colmare il dislivello, degli scalini con pietre staccate alla Chiesa e quindi, ai suoi tempi si camminava su pietre incise o “istoriate” per entrare nel giardino pubblico; menziona anche l’antica mensa d’altare riadoperata per farne un balcone e capitelli usati come ciminiera in una casa di contadini. I lavori si sono svolti sia intorno agli anni ’30 sia verso la fine degli anni ’60; oltre alla sistemazione dell’accesso, tutte le strutture del complesso e gli spazi esterni sono stati fatti oggetto di consolidamenti, modifiche, aggiunte e abbellimenti che hanno alterato il complesso di fabbriche. Maggior chiarezza sulle vicende costruttive dell’Abbazia potrebbe venire da ricerche archeologiche nelle aree non edificate, la pinetina, contigue alla chiesa; i risultati si aggiungerebbero a quelli dei saggi di scavo effettuati all’esterno della chiesa durante la campagna di restauro tuttora in corso. Potrebbe essere utile anche una raccolta di superficie lungo il fianco del vallone sottostante il complesso, oggi ricoperto da una piccola pineta, dove potrebbero essere rinvenuti frammenti trascinati a valle, per effetto del dilavamento. Una ricerca di questo tipo è stata tentata qualche anno fa, in concomitanza con l’operazione di rimboschimento lungo il fianco del vallone,fino al canale che scorre sul fondo,ma pare con esito negativo, forse anche perchè eseguita da personale non specializzato.
L’Abbazia deve essere stata costruita prima del 1125 a ridosso della Grotta dell’Angelo, fulcro religioso e luogo di culto per antica tradizione. Non vi sono notizie relative all’origine della devozione micaelica in questo luogo, ma indubbiamente la grotta di Orsara si collega al Santuario del Gargano e costituisce una fra le numerose repliche della Sacra Grotta, come ad esempio la Grotta di S. Michele a Cagnano ed il Santuario di S. Michele a Monte Laureto. La grotta di Orsara è in parte di origine naturale, in parte è stata adattata per le esigenze del culto scavando la roccia. Si presenta come un’unica navata irregolare, orientata in senso est-ovest. Da ovest si accede alla grotta attraverso una chiesa subdivale con funzione di vestibolo; sul lato sud, un arco grosso modo ogivale, in parte scavato nella roccia e nella zona superiore sistemato con laterizi, costituisce forse l’ingresso originario. Vi si giunge da una tortuosa scala, anch’essa scavata nella roccia, denominata Scala Santa, che esce all’esterno verso il lato dell’Abbazia. La grotta dell’Angelo presenta un soffitto in roccia naturale, solo parzialmente sistemato con escavazione, che si configura, verso ovest, grosso modo come una volta a botte;nella zona del presbiterio si abbassa e diventa un soffitto piano inclinato da Nord verso sud. La zona presbiteriale presenta ai lati due strette aperture ogivali che affiancano l’altare sul quale si apre una nicchia che, durante la festa di S. Michele, ospita la statua dell’Arcangelo. Lo spazio dietro l’altare si presenta come uno stretto deambulatorio scavato nella roccia. Le sue pareti ed il soffitto mostrano infatti ancora numerose tracce del lavoro di scalpellatura che lo ha reso quale oggi si presenta. Le due strette aperture di entrata a questo varco sono invece definite da sottili mattoncini che caratterizzano anche altre parti del complesso. La zona presbiteriale deve essere stata più volte rimaneggiata e i due accessi in questione, insieme a quello che immette alla Scala Santa, e probabilmente la Scala stessa, potrebbero essere riferiti, per l’uso dell’arco ogivale, ad una sistemazione forse tardo-duecentesca ad opera dei Cavalieri di Calatrava che risiedevano in quell’epoca nell’Abbazia. Tali interventi andrebbero collegati, a mio parere, ai lavori che negli stessi anni si stavano svolgendo a Monte Sant’Angelo. Mi riferisco ai lavori promossi da Carlo I d’Angiò nel Santuario dell’Arcangelo, in modo particolare alla sistemazione della scala coperta di accesso alla navata, che potrebbe essere stata modello per la Scala Santa di Orsara. Maria Stella Calò Mariani data questo intervento, che comportò anche la copertura delle strutture longobarde, la costruzione della navata addossata alla grotta ed il campanile, intorno agli anni ’70 del 1200 e pone l’accento sull’intonazione cistercense della navata. A mio parere anche Orsara deve essere stata interessata, in un periodo di poco posteriore (prima del 1295), da una serie di interventi promossi dai Cavalieri di Calatrava che appartenevano all’ordine Cistercense, al quale bene si addice la sobrietà delle soluzioni adottate. L’altare, seicentesco, è costituito da una mensa di marmo retta da due mensole simmetriche con profilo concavo e convesso che conservano tracce della dipintura originale. Anche il paliotto è in pietra, un tempo dipinta, e reca incisa una decorazione costituita da un rosoncino centrale da cui si dipartono volute vegetali; sui margini, fra le volute, compaiono due uccellini. Il pannello è riquadrato da un listello anch’esso inciso, originariamente dipinto in marrone;

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