Origini

Adagiata sulle pendici di Monte San Marco e nascosta dai dolci declivi di Monte Maggiore alla piatta e assolata piana di Capitanata, sta Orsara di Puglia come sentinella dei monti del pre-Appennino dauno.
Composta nella sua architettura spontanea, serena si presenta allo sguardo, quando si affrontano gli ultimi tornanti.
Il suo impianto urbanistico medievale asseconda gradevolmente gli umori del terreno sul quale, quasi a precipizio tra estranei abeti, si staglia il complesso architettonico dell’ex Abbazia di Sant’Angelo del X-XI secolo.
L’origine di Orsara si confonde con la leggenda.
Si parla di un’orsa trovata con due cuccioli in una tana, quasi a simboleggiare la suggestiva e primitiva ricchezza di boschi incontaminati di questi luoghi.
Sicuramente ebbe contatti con Osci e Irpini, come testimoniano i reperti archeologici conservati nel Museo Diocesano. Fu teatro di battaglie durante la seconda guerra punica; forse era attraversata dalla via Erculea, voluta dall’imperatore Caio Valerio Massimiliano detto Ercules (240-310 d.C.)
Secondo altri, forse, nel periodo longobardo-bizantino vi dimorò un potente personaggio dal nome Ursus, dal quale deriverebbe il nome Orsara.

 

Le citazioni più antiche indicano il paese con i nomi di URSARA, URSARIA, URSORIA, URSANO, URSANA, ORSARIA, ORSAJA, TORRE ORSAIA, LORSARA e MONTORSARA; talora vi e l’aggiunta di CASTELLO, CASTRUM o TERRA. Nel dialetto locale il nome è pronunciato “URSAR” e quello de­gli abitanti “URSARIS” (singolare URSARAS) con le consonanti finali dolci.
L’originaria denominazione di ORSARA in Capitanata fu mutata in ORSARA DAUNO-IRPINA col R.D. 22.1.1863 n. 1140 e in ORSARA DI PU­GLIA col R.D. 8.8.1884 n. 2569. La provincia di Capitanata e Molise ebbe come capoluogo Lucera fino al 1806 e, poi, Foggia con i dipendenti distretti di Manfredonia e Larino (L. 27.9.1806 n. 189), a questi ultimi, nel 1811 (R.D. 4.5.1811 n. 922), furono sostituiti i distretti di San Severo e Bovino. Orsara fu inclusa prima nel distretto di Foggia, poi in quello di Bovino. Dopo l’unificazione dell’Italia, fu aggregata al distretto di Ariano ed alla provincia di Avellino (Decreto Luogotenenziale 17.2.1861
n. 85 e, nel 1927, riportata nella provincia di Foggia (R.D.L. 1.4.1927 n. 1301). Nei tempi più antichi la funzione giudiziaria era demandata al feudatario,che la esercitava tramite le corti baronali ; per gli affari più importanti era competente la Regia Udienza Provinciale, che ebbe sede a San Severo fino al 1579 e poi a Lucera. Abolita la feudalità (L. 2.8.1806), le Regie Udien­ze Provinciali furono sostituite dai Tribunali (L. 27.9.1806) e dai Giudici di pace (L. 20/5/1808) aventi competenza su un territorio detto -circondario”. Nel 1817 (L. 29/5/1817) i Giudici di pace furono sostituiti dai Governatori (in seguito detti Pretori) in ogni circondario e dai Giudici Conciliatori in ogni Comune. Ad Orsara vi era gia il carcere prima del 1806; si utilizzavano a tal fine i pianterreni del palazzo baronale. Nel 1808, il paese fu incluso nella giurisdizione del giudice di Pace di Troia finchè, con decreto di Gioacchino Murat in data 3 novembre 1813, divenne capoluogo di circondario con giu­risdizione estesa ai vicini comuni di Greci e Montaguto. Il gia citato decreto luogotenenziale n. 85 del 1861 unì al Tribunate di Ariano il ciurcondario di Orsara ampliato con l’aggiunta di Savignano. Nel 1927 (col R.D.L. già citato) la Pretura di Orsara fu inclusa nella circoscrizione del Tribunale di Fog­gia e il territorio del mandamento fu modificato con l’aggiunta di Panni e l’esclusione di Greci, Montaguto e Savignano. Il D. P. R. 31/12/1963 n. 2105 aggregò Panni al mandamento di Bovino. Dal pri­mo dicembre 1989 il locale ufficio della Pretura è stato soppresso ed unito alla Pretura Circondaria­le di Foggia (Legge 1.2.1989 n. 3; D.L. 15/5/1989 n. 173; L. 11/7/1989, n. 251.
Del tutto banale è l’opinione che fa derivare il nome di Orsara dalla famiglia Orsini, che, in tem­pi relativamente recenti, vi ebbe vasti possedimenti. Non valida inoltre anche la prospettata derivazione da aer sanus o da or si sana per l’aria salubre che, anticarnente, avrebbe fatto destinare il luogo alla cura dei soldati feriti. Piu eruditi, ma difficili da avallare, sono i riferimenti sia all’antico popolo degli Ursentini e sia a radici verbali greche che, richiamando creden­ze animistiche preistoriche, dovrebbero giustifica­re la tesi di un’origine antichissima del paese. Più accettabile sembra l’opinione che ritiene il toponimo derivato dall’animale anticamente frequente nella zona. La leggenda riferisce che il paese si costituì ove era la tana di un’orsa con due cuccioli; perciò lo stemma araldico del Comune raffigura l’orsa rampante con una quercia e due orsacchiotti. Secondo un’antica leggenda, Orsara sarebbe sta­ta fondata dal re Malenzio nell’anno 2785 del Mon­do (2725 a.C.). Malenzio era figlio di Dasunno, pronipote di Minosse, re di Creta, e discendente di Noè; era il padre del re Dauno ed edificò Ecana (og­gi Troia) in memoria di sua moglie Ecania. Un’ altra leggenda attribuisce la fondazione di Orsara al mitico eroe greco Diomede. Costui, toma­to dalla guerra di Troia e scoperto l’adulterio della moglie Egiale, si allontanò dalla sua patria Argo in Grecia ed approdò con i compagni in Puglia. Qui guerreggiò a lungo con le popolazioni locali finchè si convenne di affidare le sorti della guerra ad un torneo; vincendolo, Diomede ebbe in moglie Isiona, quartogenita del re Melenzio, con il Gargano e la città di Ecana. In seguito, l’eroe greco dovette affrontare altre guerre e costruì il castello fortifica­to di Orsara per tenervi i suoi depositi e farvi cura­re i compagni feriti. E’ evidente che queste leggende collegano l’origine di Orsara alla colonizzazione greca dell’Italia meridionale avvenuta tra l’ VIII e il VI secolo a. C. Prescindendo dalle leggende, c’e da notare che alcuni interessanti reperti archeologici, rinvenuti in Iocalità Serro Forcella (circa cinque chilometri a nord-est del paese) e conservati nel museo locale, indicano che, nell’XI secolo avanti Cristo, la zona di Orsara era abitata da genti in contatto con gli Osci e gli Irpini. Va anche rilevato che il centro abitato è costruito su un ammasso compatto di arenaria con molte grotte naturali; queste, probabilmente, favorirono i primi insediamenti umani in tempi preistorici. Importanti eventi si verificarono nella zona di Orsara durante la seconda guerra punica, che eb­be come protagonisti Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, comandante dei Romani, e Annibale, comandante del Cartaginesi. L’accampamento romano fu posto nei pressi di Ecana o, secondo una tradizione locale, a Monte Cimato. Per attraversare questo monte dall’una all’altra pendice, i Romani avrebbero scavato una galleria, laddove tuttora si vede l’imbocco di una grotta detta Grotta di Calavone; il nome sembra ricordare il capo saraceno Calfone, che tra l’850 e l’861 d.C. scorazzò in questa regione saccheggiando ed uccidendo.
Annibale era accampato a Monte Calvello (la località nei pressi dell’odierno Borgo Giardinetto, era ancora denominata Castra Annibalis nel medioevo); non avendo possibilità di continuare ad approvvigionare il suo esercito in Puglia, ove i raccolti erano stati distrutti, attraversò la valle del Cervaro e sconfinò a far bottino nella ricca Campania. Nel III secolo a.C. la valle del Cervaro non era attraversata da una strada; quella oggi esistete (SS.90) fù costruita agli inizi del XIV secolo, forse risistemando una via preesistente detta Via Erculea questa, voluta dall’imperatore Caio Valerio Massimiano detto Erculeus (240-310 d.C.) congiungeva Venosa ad Equotutico (città ora distrutta, tra Greci e Castelfranco). Si è fatta anche l’ipotesi che la strada romana attraversasse Orsara identificabile con la stazione di posta denominata Ad Matrem Magnam. L’anno successivo, poco prima della battaglia di Canne avvenuta il 2 agosto del 216 a.C. i consoli romani Terenzio Varrone e Paolo Emilio posero un presidio ad Orsara e, per rafforzarne le difese naturali costruirono le torri in località Castello, ove ancora oggi si vedono dei ruderi. All’epoca romana appartengono alcuni reperti trovati nel territorso di Orsara e cioe un’epigrafe rinvenuta in località Pietra Scritta o Parcarelle ed una statua, detta volgarmente Madonna di Macinante dal luogo del rinvenimento, ma forse raffigurante la dea Cerere. Nel dicembre del 546 d.C., durante la guerra gotico-bizantina (535-553), nella valle del Cervaro avvennero importanti battaglie tra i Goti di Totila ed i Bizantini, comandati da Giovanni il Sanguinario luogotenente di Belisario, e da Emilio Tulliano, capo militare di Siponto. Vi parteciparono anche contadini del luogo e ciò indica che la zona era notevolmente popolata. Orsara si ingrandì tra il VI e VII secolo d.C.
Orsara si ingrandì tra il VI e VII secolo d.C.Quando vi si rifugiarono gli abitanti di Ecana. Questa città posta circa due chilometri ad est dell’odierna Troia era un importante nodo della Via Trajana; fu distrutta alla fine del VI secolo dai Longobardi. Gli Ecanesi fuggiaschi portarono ad Orsara le reliquie della loro chiesa ed incrementarono la comunità cristiana che vi si era costituita fin dal IV-V secolo. L’abbazia si costituì ad Orsara successivamente; infatti, data la grande importanza che assunse, non avrebbe mancato di dare nome al paese se si fosse costituita prima del centro abitato.
L’abbazia si costituì ad Orsara successivamente; infatti, data la grande importanza che assunse, non avrebbe mancato di dare nome al paese se si fosse costituita prima del centro abitato. Il monastero sembra sia stato fondato nell’VIII secolo, quando la zona era ancora controllata dal Bizantini, da monaci venuti dall’Oriente per sfug­gire alle persecuzioni della Guerra Iconoclasta (726­843). L’insediamento fu favorito dalle grotte naturali ivi esistenti ed, in particolare, da quella ancora oggi dedicata al culto di S. Michele. Molti indizi confermano che fondatori del monastero furo­no i monaci orientali, impropriamente detti Basiliani solo perchè si ispiravano agli insegnamenti di S. Basilio il Grande (330-379 d.C.). Fra questi indizi si indicano:
– il culto di S. Michele, di origine orientale è molto praticato nei cenobi bizantini, che vi dedicavano, possibilmente, una grotta;
– il fatto che i territori appartenenti all’abbazia erano denominati Laura (oggi la località e detta Montagna) considerato che laure erano chiamati i cenobi basiliani;
– l’esenzione dell’abbazia dalla giurisdizione dei vescovi vicini di Ariano Irpino, Bovino e Troia (que­sti vescovati, peraltro, furono costituiti tra il X e l’XI secolo e, quindi, dopo il monastero di Orsara);
– alcune caratteristiche peculiari delle chiese bizantine, come l’abside rivolto ad oriente, ancora rilevabili nella chiesa abbaziale (oggi detta Annunziata) di Orsara;
– il ricordo che in questa chiesa esistevano dipinti bizantini su tavole.
Alla fine del VIII secolo la zona di Orsara cadde sotto il controllo dei Langobardi, che la fortificarono costruendo le antiche torri romane, in modo da farne un baluardo contro i Bizantini che cotrollavano la pianura pugliese. Però la tradizione che i Longobardi avrebbero destinato il paese a soggiorno e cure dei soldati feriti è abbastanza incongruente se si considera che si era in una zona di frontiera. Nel 1009 Melo da Bari e il cognato Datto si ribellarono ai Bizantini e si allearono con i Longobardi. Nella lunga guerra che ne seguì, Melo stabilì un forte presidio ad Orsara e, nella zona ancor oggi Guardiola, approntò le difese contro i nemici facendo anche costruire, in posizione un po’ più arretrata nella località oggi detta Piano del Pozzo, la chiesa di S. Salvatore. In seguito questa chiesa rimase abbandonata finchè Troiano Staffieri la ricostruì e la dotò di rendite con un atto del notar Muccigno in data 16 gennaio 1621; la chiesa fu definitivamente abbattuta nel 1825 per far posto al cimitero oggi in funzione. Datto, aiutato dall’abate di Orsara che lo presentò ad Atenolfo, abate di Montecassino, ottenne dal principe Pandolfo IV di Capua la Torre del Garigliano in cui si fortificò. Le notizie fin qui esposte sono solo tradizioni non documentate storicamente. Orsara viene citata la prima volta, in un diploma dell’anno 1024 col quale il catapano bizantino Basilio Bogiano fissò i confini di Troia da lui fondata o, piuttosto, fortificata. Il confine indicato nel documento passava per la grotta di Orsara, onde il paese, presumibilmente possesso dei Longobardi, rimaneva fuori dalla giurisdizione di Troia.
Di epoca anteriore all’ XI secolo e la chiesa abbaziale di S. Angelo, in seguito detta di S. Maria e, oggi, dell’Annunziata perchè, in una certa epoca, fu sede della confraternita S. Maria Annunziata. La chiesa sembra una fortezza per la sue posizione sull’orlo di un precipizio e per la mancanza di qualsiasi elemento decorativo. Ha forma rettangola­re con l’abside orientato verso est e due ingressi laterali sul lato opposto. Sulla parete ad ovest vi sono due finestre monofore a centina ed una fine­stra centrale a livello più basso. La copertura è costituita da due cupole ellissoidi di diverse grandezza, intervallate da una volta a botte ed inglobate nei muri perimetrali. La tecnica costrutt­iva, indubbiamente orientale, conferma la sua origine bizantina. E’ tradizione che la chiesa attuale sia l’unica navata superstite di una originaria Chiesa a dodici navate, che occupava tutta l’area dell’adiacente villetta comunale. Questa tradizione non ha fondamento; essa ricorda soltanto un passato più splendido, anche se lo stato attuale dell’edificio mostra evidenti le manomissioni ed i rimaneggiamenti subiti.
Ad un livello più basso, rispetto a questa chiesa vi è la Grotta di San Michele. Questa grotta, di origine naturale, ha avuto modifiche e adattamenti. Una rozza epigrafe, esistente nella grotta, indica che i lavori di miglioramento furono fatti da Martinus et Mini de Altamura nel 1527. In origine, 1’imboccatura della grotta dava su un ripido declivio; onde, per l’accesso, si costruì la scalinata scavata nella roccia.
Poi si creò lo spiazzo antistante all’imboccatura e vi si costruì la Chiesa dedicata a S. Pellegrino. Quest’ultima fu dedicata a questo santo e, forse, anche costruita nel 1643: quando l’arciprete Francesco Calvani (1642-52 ottenne da G.B. Astalli, vescovo di Troia (1626-46) 1’osso del pollice destro di S. Pellegrino, il cui corpo si conserva nella cripta della cattedrale di Foggia.
Gia parzialmente crollata, la chiesa fu demolita nel 1810; se ne ricavarono le pietre impiegate a rinforzare la vicina Porta Nuova per sventare un attacco del brigante Arcangelo Curcio, che con duecento compagni, conduceva la guerriglia contro i Francesi.
In questa occasione, rimuovendo le fondazioni scaturì una sorgente la cui acqua, ritenuta miracolosa per guarire, faceva accorrere ammalati anche dai paesi vicini. Infine la chiesa di S. Pellegrino fu ricostruita agli inizi del 1900, migliorata nel 1934 dall’arciprete Teodorico Boscia e tra il 1960 e il 1970 fu restaurata ed abbellita dall’arciprete Michele Pepe con vetrate policrome e una porta in bronzo dell’artista Jorio Vivarelli.
Nella seconda metà dell’XI secolo, i Normanni conquistarono l’Italia meridionale abbattendo i principati longobardi e scacciandone definitivamente i Bizantini. I nuovi padroni favorirono il passaggio al rito latino dei vescovati, delle chiese e delle numerose comunità monastiche di rito orientale. I Bene­dettini di Montecassino ebbero molte concessioni, fra le quali, in prossimità di Orsara, i territori di Crepacuore e Castellione e i monasteri basiliani di SS. Nazaro sul monte Magliano, dei SS. Nicandro e Marciano ai piedi di Montemaggiore e di S. Angelo in Troia. Però i monasteri bizantini più importanti, an­che se dovettero adottare il rito latino, conservarono la loro autonomia e rimasero sottratti dalla giurisdizione del vescovo. Ciò accadde anche per Orsara, che, in tutti i diplomi dell’XI e XII secolo, non è mai compresa nella giurisdizione civile o ecclesiastica di Troia e ne è dichiarata espressamente separata nella bolla data dal papa Onorio II in data 9 dicembre 1127.Orsara non è neppure riportata fra i possedimen­ti incisi sulla porta di bronzo di Montecassino; per cui è evidente la sua assoluta autonomia sia dal vescovo che da altre autorità monastiche.
Altri documenti confermano che l’Abate di Orsara non era soggetto alla giurisdizione del vescovo (Abbas – exemptus aut nullius), del quale, peraltro, aveva il privilegio di usare le insegne (pallio, mitra, baculo, coturni ed anello); perciò, dipendeva direttamente dalla S. Sede cui pagava il censo annuo di un’oncia d’oro. Non si sa quando l’abbazia ebbe questi privilegi, ma è certo che li aveva nella prima metà del XII secolo ciò conferma che, all’epoca, aveva già quell’importanza che si acquisiva solo con una lunga tradizione. Inoltre va notato che, all’inizio del XII secolo le abbazie exemptae erano solo poche, scelte fra quelle più importanti. Le concessioni di questo privilegio aumentarono di molto nel corso del XII secolo; ciò non ostante dal “Liber censuum S. R. E.” si rileva che, nel 1192, solo 62 monasteri dell’ Italia meridionale erano exempti. In un documento del 1159 vi è un riferimento a Giuliano come primo Abate di Orsara, contemporaneo del Vescovo Guglielmo II normanno di Troia (1106-1141), per cui si può ritenere che, alla fine dell’ XI secolo, un nuovo ordine monastico si insediò nell’Abbazia di Orsara sostituendosi ai Basiliani.
Nel XII secolo l’abbazia era tenuta da monaci spagnoli, cui dovrebbe essere stata concessa dalla S. Sede fin dall’epoca dell’abate Giuliano. Poichè per quest’epoca, non si hanno notizie di rapporti diretti tra l’Italia e la Spagna, la concessione dovrebbe collegarsi ai movimenti che si ebbero in tutto l’Occidente in occasione della Prima Crociata (1095-1099). Forse gli Spagnoli tenevano anche il monastero di S. Nicola de Gallitianis presso Troia; infatti la Galizia è una regione spagnola. Sono stati tramandati i nomi degli abati che vennero dopo Giuliano: Martino I (1125), Herus (1130), Martino II (1144), Pelagio (1159) e Petrus (1186). Il XII secolo fu il periodo d’oro dell’Abbazia dl Orsara; essa acquistò possedimenti in tutta la Capitanata. Oltre ad avere vasti territori nelle vicinanze di Orsara, l’abbazia possedeva il territorio di Monte Calvello (l’estensione era di 4800 moggi, pari a circa 350 ettari); a Foggia aveva la chiesa di S. Croce con un cimitero annesso; aveva anche fondi a Vaccarizza (piccolo centro abitato presso l’odierna Biccari) ed una salina a Siponto. Oltre il potere economico, l’Abate di Orsara aveva una grande autorità spirituale come si desume dalle numerose donazioni che gli venivano fatte e dalle contestazioni contro il Vescovo di Troia, che cercava di ingerirsi nei vasti possedimenti dell’abbazia. Dal Catalogo dei Baroni, che si ritiene compilato all’epoca del re Guglielmo II il Buono (1153-1189), si rileva che l’abate di Orsara (Abbas sanctae Ursariae) era anche feudatario, per cui accentrava il potere ecclesiastico e laico sul pae­se. Nel 1195, questo abate (non se ne conosce il nome) fece un prestito di 400 once d’oro (circa 12 chilogrammi) all’imperatore Enrico VI (1165-97); ne ottenne in pegno i casali di Mutato e Regiolano, presso Taranto, e l’avallo di Gualtiero da Palena vescovo di Troia e Gran Cancelliere del Regno di Sicilia; quest’ ultimo gli concesse, a garanzia, il casale di S. Luppolo presso Foggia.
Al XII secolo appartiene un’epigrafe, che sembra la più antica, incisa su una pietra incastrata nel muro esterno della chiesa abbaziale: vi si legge : …HIC REQUIES…CIT ABB(a)S YUH (il segno indicato con Y è difficile da interpretare e potrebbe essere P o S)…SECUN(dus)…REQUIESCAT IN PACE AM(en)”.
Un’altra epigrafe, sul primo gradino dell’altare nella stessa chiesa, riporta: “PIETRO, abate di Orsara, originario di Leon (questa e una città della Spagna), saggio e pio, restaurò questa costruzione, dedicata alla SS. Trinità, decorandola in modo bello e sobrio” (HOC OPUS EXTRUXIT. SAPIENTER., LEGIONEnsis-PRUDENS. ATque: PIUS: PETRUS: ABBAS : URSARIEnsis EST. INDIVIDUE. SUB: TRINITATIS: HONore-HOC. TEMPLUM. FACTUM NITIDO PLACIDOque decore).
La dedica alla SS. Trinità costituisce un’ulteriore conferma dell’origine bizantina perchè, in Oriente si evitava la dedica a S. Michele per non incorre nell’eresia di Cerinto, un dottore ebreo del I secolo dopo Cristo.
Una terza epigrafe era riportata su una pietra tombale intorno ad un bassorilievo raffigurante un abate mitrato con insegne vescovili. Di questa pietra, frantumata in epoca recente, restano solo frammenti che non consentono di rilevare 1’epigrafe. Questa, peraltro, era composta solo di caratteri epigrafici di difficilissima lettura e, nel XVIII secolo, fu cosi interpretata: “Il 13 dicembre dell’ anno 1003, indizione XII, Pietro, abate degli Orsaresi ed originario di Leon, dopo aver visto cosi scolpita e dipinta questa chiesa, fu qui sepolto” (MAGNI CHRISTI GRATIA FIDEI NOSTRAE ANNO MIII INDICTIONE XII PRIMO IDIBUS DECEMBRIS HOC SEPULCHRO TEMPLO HOC SEPULTUS PETRUS ABBAS LEGIONENSIS HUJUSMODI SCULPTUM DEPINCTUM VIDIT TEMPLUM).
Questa Interpretazione presenta errori grammaticali ed errori sostanziali che la rendono del tutto inattendibile.
L’abate Pietro delle epigrafi potrebbe essere lo stesso, che, senza qualificazione di Legionese, compare in un atto del 1186:
ciò, giustificando la continuità degli abati potrebbe confermare che effettivamente, alla fine dell’XI secolo, i monaci spagnoli sostituirono quelli bizantini nell’abbazia di Orsara.
Un diploma di papa Onorio III (1216-27) in data 25 agosto 1225, riferisce che l’Abbazia di Orsara possedeva anche la città di Bamba in Spagna. Bamba era stata la capitale del Regno dei Visigoti con i re Recesvindo (649-72) e Wamba (morto nei 680).
Su un epigrafe del X-XI sec? (Ipotesi del Prof. M. Lepore). Il XII secolo è il periodo d’ oro dell’abbazia di Orsara. Dopo l’adesione al rito latino ottenne privilegi ed esenzioni, nonostante la presenza di un forte vescovado viciniore. Dopo il suo periodo di splendore sotto i Longobardi e i Bizantini, a dispetto del silenzio delle fonti storiche, agli inizi del XII sec. troviamo la Santa Orsara in uno stato di floridezza e di prestigio tale che non si possono spiegare con semplicistiche spiegazioni. L’Epigrafe esistente alla base dell’Abazia, adiacente il palazzo Baronale, e qui riportata ci lascia perplessi: HIC REQUIE/SCIT ABB(A)S SYC(H)ILP(E)TRI / SECUNDUS / REQUIESCAT IN PACE AM(EN). Non può essere attribuita al XII secolo ma va collocata in epoca anteriore, al X o XI secolo. Di questo Abate di cui non si trova mensione nei documenti ufficiali, è attestata però l’esistenza da questa epigrafe che forse non fu mai completata e che negli anni ’70 mano ignota cercò di asportare. Un fatto è certo : l’Epigrafe non può riferirsi al XII secolo perché di questo secolo conosciamo gli Abati nei documenti ufficiali. E non può essere attribuita nemmeno al XIII sec., quando ai monaci di rito latino subentrarono i Calatrava, che eleggevano il Gran Maestro e di essi gli storici non ci hanno tramandato alcun SYCHELBERTO o SYCHILPETRI o SIGEBERTO, che non ha alcuna attinenza con la lingua spagnola. L’ipotesi più logica è l’appartenenza al secolo XI, anche perché il nostro è “Secundus”, cioè il secondo Abate di questo nome. Resta però un problema non esplorato a fondo, il nome. Questo nome è di origine goto – longobardo – francofone. Il nome altro non è che un composto di SIKKO, SIKO, SIGO + B(P)ETRI (illustre nella vittoria) e ne troviamo un nome simile nell’M. G. H. quale scrittore di una cronica: Sigeberto di Gemboux (1030 – 1112). E’ probabile che SYC(H)LP(E)PRI, SYCHELBERTO o SYGEBERTO sia da collegare alla presenza longobarda nel ducato beneventano e l’essere il secondo abate di questo nome conferna non solo una successione regolare di Abati nei tempi oscuri ma anche la vetustà della comunità monastica orsarese e la sua area di influenza longobarda. Tra l’altro questo abate esclude categoricamente la diatriba circa l’interpretazione del passo relativo all’Abate Giuliano, se sia da definirsi primo abate o primo abate di questo nome. Solo così si può spiegare il grande prestigio che già circonda la Santa Abbazia di Orsara all’alba del XII secolo. Ritengo che sia da attribuire ad un’epoca antecedente l’XI secolo per la sua origine squisitamente longobardo-gotica, quando ai monaci Basiliani si aggiunsero i Longobardi fedeli all’Arcangelo Michele, per l’affinità con Odino. Naturalmente non è categorica la successione degli Abati con lo stesso nome: è probabile che ci sia stata un’alternanza di abati di diverso nome. Perché la storiografia non ne fa menzione? La storia è sempre stata scritta dai potenti e dai vincitori e Orsara rispetto ai viciniori Vescovadi era perdente per la sua cultura di tipo orientale e per la lunga adesione al rito orientale (basiliano). I Longobardi nei primi tempi preferirono rispettare e proteggere i preesistenti insediamenti monastici orientali per non entrare in contrasto con l’impero d’oriente.
Con bolla in data 28 marzo 1229, il papa Grego­rio IX (1227-41), accogliendo la richiesta di Teresa, moglie di Alfonso IX re di Leon, e delle figlie Sancia e Dulcia, concesse l’abbazia di Orsara all’ordine monastico militare dei Calatrava, di cui era gran maestro Gonzalo Yanez De Novoa. Nella bolla è precisato che l’abbazia era già in possesso degli Spagnoli (…monasterium sancti Angeli de Ursaria…de Hyspanis fuit hactenus ordinatum…). L’ordine dei Calatrava, filiazione dei Cistercensi, era stato fondato nel 1152 dal re di Castiglia Sancio III per difendere la fortezza di Calatrava e per combattere contra i Saraceni. Anche se la circostan­za non è enunciata nella bolla papale, è presumibile che i Calatrava siano stati chiamati ad Orsara per costituire una postazione difensiva contro Federico II (1194-1250), che, dal 1223, aveva cominciato a trasferire a Lucera i Saraceni di Sicilia. I Calatrava stabilirono ad Orsara la loro casa generalizia italiana, filiazione di quella spagnola, ed assunsero il nome di Cavalieri di Calatrava e di S. Angelo. Edificarono, forse ampliando o rifacendo costruzioni preesistenti, il complesso dei fabbricati che circonda l’ odierna piazza Mazzini (già piazza Calatrava) ed estesero i possedimenti abbaziali acquistando Castelluccio Valmaggiore, Celle S. Vito, Faeto, Ponte Albanito, l’importante monastero troiano di S. Nicola, che da quest’ epoca fu detto dei Calatrava, Fragagnano (oggi in provincia di Taranto), la chiesa di Santa Maria di Ponto in Brindisi ed altri possedimenti, non meglio specificati, in Calabria, Sicilia e in Romagna. Il Monastero di S. Nicola in Troia fu fondato dall’abate Nicola all’epoca di Roberto il Guiscardo; ottenne l’esenzione dalla giurisdizione vescovile alla fine del XII secolo; possedeva la Pezza S. Nicola, tra Calvello e Foggia, estesa circa 1750 ettari. Lo stanziamento dei Calatrava ad Orsara fu accolto con grande entusiasmo dai partigiani del papa (Nobiles Italiae assumebant habitum Calatravensium); ma, la speranza che essi riuscisse­ro a mettere in crisi la monarchia sveva rimase delusa. I Calatrava, infatti, non lasciarono il ricor­do di alcuna azione militare; non intervennero nel 1232, quando Federico II distrusse Troia, che istigata dagli ecclesiastici, aveva osato resistergli; nè nel 1256, quando l’esercito del papa, rinchiuso in Ariano, fu sopraffatto dal re Manfredi. Forse, però, presidiarono la Via Trajana e ciò giustificherebbe il loro acquisto della Valle Maggiore. Si ha notizia dei Calatrava di Orsara da due ordini regi: il primo fu dato da Manfredi (1232-1266) il 7 dicembre 1259 e il secondo da Carlo I d’Angio (1266-1285) in data 25 novembre 1274; entrambi tutelavano il gran maestro di Orsara contra le molestie arrecate ai possedimenti abbaziali dal castellano di Montellere, che, al tempo degli Angioi­ni, era Symon De Chevreuse. Dei Gran Maestri Calatravensi di Orsara si ricor­da solo Placido Barbone, che forse fu l’ultimo; il nome era ancora rilevabile qualche secolo fa su una pietra tombale della chiesa abbaziale.Nella seconda metà del XII secolo, stabilitasi in Italia la Monarchia Angioina con l’appoggio del papa, la presenza dei Calatrava divenne inutile. Nel contempo, i patriarchi di Gerusalemme ed Antiochia chiedevano insistentemente aiuti militari per difendere le poche fortezze che i Cristiani ancora avevano in Terra Santa. Percio, i Calatrava di Orsa­ra furono trasferiti parte in Spagna e parte a S. Stefano Aznatoraf in Siria; probabilmente ciò avvenne nel 1281.
In seguito il monastero non fu più abitato dai monaci e l’Abbazia fu solo un beneficio ecclesiastico e cioè un vasto complesso di beni destinato a dissolversi. Nel primo periodo l’abbazia fu data in “commenda” ad alti personaggi della S. Sede; in seguito, affievolendosi il ricordo della passata grandezza, fu concessa a persone meno impor­tanti. Durante gli anni (1285-87) in cui il re Carlo II d’Angiò (1248-1309) era prigioniero in Sicilia e la reggenza del regno di Napoli era tenuta da Roberto d’Artois, la Domus S. Angeli de Ursaria era data in commenda al cardinale di S. Nicola in Carcere Tulliano, che l’amministrava tramite il suo vicario frate Giacomo Bontraia. Il cardinale era Benadetto Caetani di Anagni; costui, dopo che il 16 dicembre 1294 fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, concesse a Filippo, arcivescovo di Trani, l’Abbazia di Orsara con tutti i possedimenti calatravensi d’Italia (“omnia bona, jura et iurisdictiones in Brundusina et Trojana civitatibus, et in Ursaria, Fragnanana ac in quibusvis Apulie, Sicilie, Calabrie et Romanie partibus ad domum militiae Calatravensis pertinenenta, dodum nobis, in minori officio constituis, concessa’). La concessione ai “commedatori” dava a questi ultimi solo il diritto di amministrare e godere i frutti dei beni abbaziali, la cui proprietà restava sem­pre ai Calatrava. Quest’ordine, infatti, fu titolare dell’Abbazia di Orsara fino a quando, il 17 aprile del 1303 nella fortezza di Calatrava in Spagna, il Gran Maestro Garzia Lopez De Padilla la cedette a Ferdinando IV, re di Leon e di Pastiglia(1285-1312); quest’ultimo l’acquisto per la madre Maria, e concesse ai Calatrava la fortezza di S. Stefano Aznatoraf ed i feudi spagnoli di Corita, Colledo, Sabiote e Cogolludo. Con ciò si venne a costituire sull’abbazia di Orsara il Diritto di Patronato, che dava alla regina Maria il diritto di nominare il rettore. Perciò, non sembra esatta la notizia, data dagli storici orsaresi, che l’abbazia in un inventario redatto nel 1300, sarebbe stata inclusa fra quelle di regio patronato appartenenti al re di Napoli. Mancano notizie di come questo diritto sia pervenuto al monarchi di Napoli, cui si trova attribuito nei secoli successivi; va, comunque, escluso che il patronato possa essergli stato con­cesso dal papa Clemente V nel 1311, durante il Concilio di Vienna. Filippo di Trani morì nel 1295 ed i possedimenti dei Calatrava tornarono nella disponibilità della S. Sede.
Nel 1305, l’Abbazia di Orsara aveva come commendatore Francesco Caetani, cardinale di S. Maria Cosmedin; ne era amministratore il suo vica­rio Bernardo Bufolo. Al Bufolo subentrò Bartolomeo Fontanarosa, che, fino al 1325, pagava le decime anche per le chiese di S. Felice e S. Gervaso site nei pressi di Crepacore. Francesco Caetani aveva già avuto, nel 1303, dallo zio Bonifacto VIII la concessione della chiesa di S. Nicola di Orsara, considerata come beneficto ecclesiastico distinto dall’abbazia (“…ecclesiam sive domum sancti Nicolai de Ursaria trojanae diocesis”). Questa chiesa sembra sia stata fondata alla fine dell’XI secolo nell’entusiasmo suscitato dalla noti­zia che le reliquie di S. Nicola erano giunte a Bari (la notizia è in un foglietto allegato ad un registro par­rocchiale di Orsara). La concessione al Caetani e il diploma di Carlo, figlio del re Roberto d’Angiò, che nel 1322 riconob­be il possesso di questa chiesa alla S. Sede, sono le prime notizie di un’altra chiesa, diversa da quella abbaziale, che si avviava ad essere la più frequenta­ta dalla popolazione. Francesco Caetani mori nel 1317 e non furono nominati altri commendatori.
Negli anni successivi amministratore dall’abbazia di Orsara era Raimondo di Calasanzia, la sua qualifica di milite fa pensare che abbia ricevuto solo un incarico provvisorio dal re. Fino a quest’epoca si hanno solo notizie dell’abbazia data la sua importanza preminente come centro di potere laico e spirituale.
A partire dalla fine del XIII secolo cominciano ad aversi anche notizie locali. In due documenti, redatti nel 1304 e nel 1309 il paese intervenne come universitas (oggi comune) il cui sindaco, insieme a quelli dei paesi vicini ed anche dei distrutti casali di Crepacore e Ripalonga si accordò per la confinazione dei rispetttvi territori comunali. Questa questione si trascinò per molti anni e fu risolta soltanto alla fine del 1800. Si ha anche notizia di feudatari laici; possedimenti avevano i conti Sabrano di Ariano, Goffredo di Fondi e Benedetto di Palena. Per agire contro questi ultimi, che cercavano di appropriarsi dei beni abbaziali, il papa Giovanni XXIII ne dette incarico a Guglielmo di Balaeto, rettore di Benevento. Durante il regno di Roberto d’Angiò (1309-43) Orsara aveva un notevole sviluppo economico e sociale; infatti, nel 1335 ottenne dal re il privilegio di due fiere annuali in occasione delle festività patronati di S. Michele (8 maggio e 29 settembe. Vi furono anche le prime rivendicazioni dei contadini di Orsara contro i vescovi di Bovino e di Troia per il possesso dei territori e contro il feudatario Berardo di S. Giorgio per l’esercizio degli usi civici sul territorio di Montellere.
Morto il Fontanarosa, il re Roberto d’Angiò (1309-43) nominò Leonardo Fulcigno, che fu il primo rettore di Orsara di nomina regia. Lo stesso re, nel 1342 alla morte del Fulcigno, nominò il successore Lorenzo Pulderico. Quest’ultimo dovette affrontare le contestazioni di Ruggiero ed Enrico Frezza, che forse erano legati da vincolo di parentela come il cognome sembra indicare. Ruggiero Frezza, di cui si ha solo questa notizia assumeva di essere rettore di S. Angelo di Orsara e di S. Nicola Calatrava di Troia; non è indicato da chi avrebbe ricevuto la carica ed è presumibile che sia stata data dal vescovo. Comunque, quale rettore,nel 1344, denunciò al papa Clemente VI (1342-52) che gli ecclesiastici di Orsara, Castelluccio Valmaggiore e Ponte Albanito rifiutavano di rico­noscere la sua autorità e riconoscevano, invece, solo quella di Pulderico. Quest’ultimo, perciò, nel 1345 sarebbe stato destituito dalla regina Giovanna I e addirittura scomunicato dal papa. Enrico Frezza era vescovo di Troia. Le precarie condizioni economiche del suo vescovato gli die­dero l’occasione per sollevare le prime contestazio­ni contro il rettore di Orsara allo scopo di impossessarsi dei beni dell’abbazia. La prima pretesa del vescovo raguardò l’abbazia troiana di S. Nicola e il notevole patrimonio immobiliare costituito dalla Pezza S.Nicola. Il Frez­za riusci ad ottenere dal papa Innocenzo III (1352-62) la nomina di un arbitro, designato nella perso­na dell’arcivescovo di Benevento, e questo, con un lodo del 18 febbraio 1354, assegna I’abbazia di S. Nicola al vescovo. Poco dopo, il Frezza ottenne un altro successo; con un provvedimento in data 22 dicembre 1354, la regina Giovanna I (1326-82) gli riconobbe la giurisdizione su Castelluccio Valmaggiore e Ponte Albanito, che vennero ad esse­re sottratti all’abbazia di Orsara.
Comunque, la Domus S. Angeli, anche se privata di questi possedimenti, conservava la sua autonomia; infatti, nel 1366, il Monasterium De Ursaria risultava ancora dipendere direttamente dalla S. Sede, cui pagava sempre il censo di un’oncia d’oro (43) e, nel 1376, la stessa regina Giovanna I ne nominò rettore Cesare Brancaccio. All’epoca del re Carlo III di Durazzo (1345-86), l’abbazia di Orsara, al pari di tanti altri benefici ecclesiastici, subì molte spoliazioni ad opera del conte di Vico; ma non perdette la sua autonomia che si trova riaffermata fino al XIX secolo. Perciò, non ha fondamento la notizia, riferita dagli storici troiani, che il Papa Innocenzo VII (1404-5) l’avrebbe unita al vescovato di Troia per compensarlo dei danni che anch’esso allora subì.
Durante il XV secolo, nel territorio di Orsara si verificarono importanti eventi storici. Nel 1416, la regina Giovanna II (1371-1435) concesse a Muzio Attendolo Sforza, gran connestabile (capo militare del regno), Orsara ed altre città fra le quali Benevento, Biccari e Troia. Nel 1424, alla morte di Muzio Attendolo, questi feudi passarono al figlio Francesco Sforza, che in seguito divenne duca di Milano.
Vari accenni ci informano della maggiore autonomia che, in questi anni, venne acquistando la popolazione e 1’amministrazione (università) che la rappresentava. Nel 1441. l’università di Orsara si accordò col Capitolo di S. Angelo, che rappresentava il clero locale, per il pagamento delle decime sui terreni abbaziali concessi ai contadini; 1’accordo non definì la questione, che si trascinò ancora per lungo tempo e fu regolata da una sentenza del 1593.
Fatti più importanti si verificarono nei pressi di Orsara durante la guerra (1435-42) tra il duca Renato d’Angiò e il re Alfonso I d’Aragona. Il 9 luglio del 1441 l’esercito aragonese si accampò presso Orsara; probabilmente la tenda reale fu posta nella località che ancora oggi è detta Piano della Corte, quattro chilometri a nord di Orsara. Da questo accampamento, il 10 luglio Alfonso I mosse l’esercito contro Troia, difesa dai soldati di Francesco Sforza; ma non riuscì a conquistarla. Il 15 luglio andò ad espugnare ed a saccheggiare Biccari, che riconquistata dagli Angioini qualche giorno dopo, fu ripresa dal re il 26 luglio. Vista l’impossibilita di conquistare Troia, difesa dagli Sforzeschi, 1128 luglio del 1441 il re si allontanò da Orsara per andare contro Napoli. E’ tradizione, ed il fatto è abbastanza verosimile, che in questa circostanza Alfonso I si sia recato più volte a visitare Orsara ed a pregare nella grotta di S. Michele. Sconfitti gli Angioini e conquistato il trono di Napoli. Alfonso I d’Aragona concesse Orsara allo spagnolo Garcia Cavaniglia, dopo averla tolta a Francesco Sforza, che aveva parteggiato per gli Angioini. La concessione fu data prima del 1446.
Danni non molto gravi produsse ad Orsara il terremoto del 1456, che, in tutta l’Italia meridionale, cagionò oltre 50.000 morti.
Nella guerra, durata dal 1459 al 1462, tra re Ferdinando I d’Aragona e il duca Giovanni d’Angiò, Orsara parteggiò per gli Angioini e fu data in feudo a Giovanni Cossa. Nel giugno del 1461, il re assediò Orsara, ma, non riuscendo a conquistarla, se ne allontanò dopo pochi giorni. Il 12 agosto del 1462, dopo aver conquistato e saccheggiato Accadia, il re venne nuovamente ad Orsara e la cinse d’assedio con 50 compagnie di cavalieri e duemila fanti. Dopo tre giorni d’assedio, si venne a trattative e gli Orsaresi promisero di arrendersi se entro quattro giorni non fossero stati soccorsi dal loro feudatario. Saputo ciò, Giacomo Piccinino, che comandava l’esercito angioino, si mosse da Ascoli ed andò ad accamparsi presso Troia; un suo reparto, inviato a rafforzare la guarnigione di Orsara, fu intercettato dagli Aragonesi su Monte Maggiore, ma dovette ritirarsi con gravi perdite. Frattanto, il re si era accampato con l’esercito nella località Piano della Corte ed Ischia ove nel 1441 si era accampato suo padre Alfonso I. La battaglia, che decise le sorti della guerra avvenne tra Orsara e Troia. Verso la mezzanotte del 17 agosto 1462, gli Aragonesi iniziarono le manovre; Antonio Piccolomini, col suo reparto occupò la collina di Verditolo (altitudme 532 metri) il reparto di Roberto Orsini e Roberto Sanseverino puntò sul colle Sparaniello (altitudine 482 metri), ma qui si scontrò con gli Angioini che avevano già occupato la collina di Magliano (altitudine 569 metri). Il combattimento, molto aspro, durò alcune ore e, alla fine, gli Aragonesi riuscirono a ricacciare gli Angioini oltre il torrente Sannoro. All’alba del 18 agosto, i due eserciti erano già schierati ai lati del torrente Sannoro, ma esitavano ad attaccare perchè il superamento delle sponde si presentava difficile. Quando il sole era già alto, Ferdinando I si lanciò all’attacco. Gli Angioini arretrarono lentamente; ma, dopo otto ore di combattimento furono costretti a chiudersi a Troia. La sera dello stesso giorno e senza attendere il termine della tregua, gli Orsaresi si presentarono al re ed offrirono la resa. Nella notte successiva, Giacomo Piccinino e Giovanni d’Angiò abbandonarono furtivamente Troia e lasciarono, a presidiarla, Giovanni Cossa con 80 soldati. Il 19 agosto vi fu calma; ma il giorno successivo i Troiani, istigati dal loro vescovo Giacomo Lombardi e visto che ogni ulteriore resistenza era ormai inutile, aprirono le porte della città e vi fecero entrare gli Aragonesi. Il 21 agosto del 1462 il re Ferdinando I d’Aragona tolse l’accampamento da Orsara.
Con la vittoria aragonese del 1462, Orsara rimase definitivamente in possesso dei Cavaniglia, che conservarono anche dopo il trattato di Granada (1500) che segnò la fine della Monarchia Aragonese; infatti, con un diploma del 10 maggio 1510, Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, ne confermò il possesso a Troiano Cavaniglia. Quest’ ultimo, con atto in data 29 dicembre del 1524 stipulato dal notano Gregorio Russo di Napoli, vendette, per sedicimila ducati cum pacto redimendi, Orsara ed i feudi disabitati di Montellere e Monte Preise a Giovanni I Guevara, figlio di Guevaro Guevara, cadetto di una nobile famiglia spagnola venuto alla corte di Alfonso I d’Aragona. I Guevara furono feudatari del paese fino al 1806, quando fu abolito il sistema feudale.
Non si hanno notizie di Orsara con riferimento all’invasione dei Francesi, che, guidati da Lautrech, nel 1528 espugnarono e saccheggiarono Foggia e Troia; e neppure con riferimento alle persecuzioni contro i Valdesi (1561-63), che, per l’attiva propaganda dei barba Jean Louis Pascal e Stefano Negrino, avevano fatto molti proseliti a Celle S. Vito, Faeto, Montaguto, Monteleone, Motta Montecorvino e Volturara.
Il 16 settembre 1602 in località Ischia-Verditolo del territorio di Orsara, i notai Giovanni Muccigno ed Ovidio De Paulis redassero una transazione tra il feudatario Inigo Guevara, rappresentato dal suo amministratore Marcello Pisano e dall’erario (esattore) di Orsara, e il capitolo della chiesa orsarese, rappresentato dall’arciprete Giacomo Catania. Nell’atto si chiarisce che, trent’anni prima, Pietro Guevara (potrebbe essere Pietro Paolo, secondogenito di Giovanni I) aveva ricevuto in fitto alcuni terreni (non specificati) del Capitolo. Inigo,cui ne era venuto in possesso, non pagava l’estaglio e ne contestava addirittura la proprietà dell’ente; ma, dopo aver consultato i legali, si obbligò a pagare l’estaglio o a restituirli.
Il terremoto del 30 luglio 1627 fece danni e vittime nella zona di S. Severo e nei paesi del pre¬appennino dauno-irpino, in questa circostanza, ad Ariano, si distinse, per 1’aiuto prestato alla popolazione, il francescano orsarese Simone. Ad Orsara vi furono pochi danni e nessuna vittima. Il parroco dell’epoca, alla data del 12 dicembre 1631 riferisce: Magnum Vesuvii incendium cuius ego d.Hercules, archipresbyter Neapoli oculi curatione detentus, infelictssimus spectator fui, quasi totam Europam cineribus contexit.; (Eruzione del Vesuvio che copri di cenere quasi tutta l’Europa; io arciprete Ercole Nola vi assistetti mentre era a Napoli per curarmi 1’occhio).
Agli inizi del XVII secolo, era feudatario di Orsara Giovanni III Guevara, duca di Bovino. Gli succedette il primogenito Carlo Antonio, che, non potendo pagare al fratello Francesco un legato testamentario di 40.000 ducati, nel 1649 gli cedette Orsara ed altri feudi vicini. A Francesco Guevara si riferisce un’epigrafe esistente sul frontone della Fontana Nuova; vi si legge: D. FRAN(ciscus) GUEV(a)RA BO(n)CO(m)PAG(nus) DUCIS BIBINI FIL(ius)UTILIS DOM(INUS) URS(ari)AE IVCFO (?) E(t) INSBLEDIOR (?) CULT(um) SUB(di)T(i)B(us) SUIS ERGIV(it) AN(no) 1663.
Anche se vi sono delle parole che non si riescono ad interpretare, il senso e chiaro; si ricorda che la madre apparteneva alla famiglia Boncompagni del ducato di Sora
Un’altra epigrafe esistente nella stessa fontana, ne ricorda il primo impianto avvenuto nel 1547 (URSARIENSES HUNC PERENNIS AQUAE FONTEM GUEVARAE IUSSU STATUERUNT MCCCCCXXXXVII – Gli Orsaresi per ordine del Guevara costruirono questa fontana di acqua perenne nel 1547). E’ rimasto solo il ricordo di una Fontana Vecchia posta sull’odierna via Trento; si riteneva costruita prima dell’anno mille e fu fatta demolire dal commissario A. Garofalo verso.
Francesco Guevara fu il primo e forse l’unico feudatario che risiedette quasi stabilmente ad Orsara; era un ecclesiastico che aveva ricevuto gli ordini sacri il 9 luglio 1639 dal vescovo Calderisi di Bovino; nei registri parrocchiali di Orsara si ha solo un atto di battesimo da lui redatto il 31 gennaio 1650. Con un atto del 16 settembre 1662, dal notaio Giovanni Muccigno, acquistò il palazzo dei Calatrava, che destinò a sua dimora. Molto probabilmente, a lui furono dovute le più radicali menomazioni alla chiesa abbaziale perché vi fece costruire la loggetta per comunicare col suo palazzo e, conseguentemente, dovette spostare l’altare al lato opposto. Formalmente il palazzo Calatrava fu ceduto al Guevara dal clero di Orsara, che ne ebbe in permuta 55 versure di terreno in località Laura (ora Montagna). Ricordando che il terreno e il palazzo, in origine, appartenevano all’abbazia. È presumibile che questa vendita mascherò una spoliazione, alla quale concorsero gli interessi di tutte le parti che intervennero all’accordo; infatti, il feudatario ebbe una dimora adeguata senza dare praticamente alcun corrispettivo; il clero ebbe la libera disponibilità del terreno abbaziale e potè dividerlo tra i suoi componenti; infine, il vescovo di Troia, che approvò l’accordo, addolcì le rivendicazioni degli Orsaresi per gli altri beni ecclesiastici in suo possesso. Alla fine del XVII secolo, morto Francesco Guevara, Orsara tornò sotto il dominio feudale del duca di Bovino.
Dal primo settembre del 1700 fino alla morte avvrenuta il 15 novembre 1748, fu duca di Bovino Inigo Il Guevara. Costui era feudatario e possessore del vasto territorio tra Bovino, Castelluccio dei Sauri, Montaguto, Orsara, Panni e Troia. Questo territorio, in massima parte boschivo, era destinato alla caccia; perciò, aveva preso il nome di Caccia dei Guevara ed aveva come centro, non per posizioze ma per importanza, la Torre della Caccia, che trovavasi già riportata in una carta geografica dei musei Vaticani compilata alla fine del XVI secolo. In seguito l’edificio assunse il nome di Torre Guevara; Inigo II lo fece ristrutturare e vi fece apporre all’ingresso un’epigrafe per tramandare che Inigo Guevara, duca di Bovino, fedelissimo e riconoscente, fece la costruzione nel 1736 dedicandola a Carlo il Borbone, re di Napoli, di Sicilia e di Gerusalemme, affinchè, quale ospite graditissimo, rendesse più nobili i rustici passatempi dei duchi bovinesi con la presenza, la compagnia e la caccia (CAROLO BORBONIO NEAPOLIS SICILIAE HIERUSALEM REGI ET C(etera) PIO FELICI INVICTO AUGUSTO QUOD RURALES BOVINENSIUM DUCUM DELICIAS PRAESENTIA COMITATE VENUTU HOSPES MAXIMUS FECERIT NOBILIORES INNICUS DE GUEVARA BOVINI DUX D(evotus) N(umini) M(ai estati) Q(uae) E(jus) NE BENEFICI AMPLISSIMI MEMORIA UNQUAM INTERCIDAT P(oni) C(uravit) ANNO MDCCXXXVI). In effetti il re Carlo III di Borbone che aveva un attaccamento quasi maniacale per la caccia, e il suo successore Ferdinando I soggiornarono molto spesso in questo edificio ospiti dei duchi di Bovino. La destinazione a caccia di questo vastissimo territorio, riduceva le già scarse fonti di reddito delle popolazioni. Ad Orsara e nei paesi vicini le possibilità di reddito erano legate, esclusivamente, alla coltivazione dei terreni, peraltro, erano di scarsa produttività ed anche insufficienti come estensione. In conseguenza la popolazione si era stratificata in due classi: i possidenti o galantuomini ed i bracciali. I primi gestivano i terreni, in minima parte come proprietari; in maggiore misura, come coloni dei baroni o della Chiesa o anche come amministratori dei comuni; essi, inoltre, avevano un livello culturale più elevato che li portava ad essere meno legati ai pregiudizi e più aperti al nuovo in politica. I bracciali nullatenenti, erano legati alle tradizioni e, quindi alla Chiesa o, piuttosto, alla religione ed anche alla monarchia borbonica. Nella società locale così configurata, il contrasto era solo tra i bracciali ed i possidenti; questo stato di cose, ormai anacronistico rispetto alle nuove concezioni ed aspirazioni, caratterizzò le lotte politiche ed agrarie del XIX. Ad Orsara le prime contestazioni furono portate davanti ai giudici e riguardarono la tenuta di Cervellino, la cui estensione trovasi indicata in 57 carra e 13 versure (circa 1700 ettari) sulla quale potevano pascolare 456 bovine, 30 equini, 343 ovini e 336 maiali. Nel XV secolo, l’università di Orsara concesse al re Ferdinando I d’Aragona il territorio di Cervellino per destinarlo al pascolo delle regie razze di cavalli. Però all’atto della concessione, il Comune fece espressa riserva degli usi civici, il cui esercizio fu ristretto a certi periodi dell’anno, come è riconosciuto in un decreto dato nel 1579 dalla R. Camera della Sommaria. La zona fu costituita in difesa (ancora oggi è il nome proprio di una parte del territorio). Nel 1693, dimesso l’allevamento dei cavalli, il Fisco vendette Cervellino a Francesco Veneri. Nel 1759, quando iniziarono le contestazioni degli orsaresi, il territorio era di proprietà della duchessa Alvito e tenuto in fitto da Ferdinando Poppa; quest’ultirno pretendeva, come canone annuo per il pascolo (fida), 24 carlini per ogni bovino e 20 per equino. La contestazione degli Orsaresi finì davanti alla R. Camera della Sommaria e questa, con sentenza del 9 luglio 1763, stabilì che gli Orsaresi dovevano pagare una fida di 6 carlini, soltanto per ciascun animale di grossa taglia che pascolava su quel territorio. In seguito Cervellino “divenne proprietà del duca Rospigliosi Pallavicino, poi, di Gaetano Varo e, infine, fu acquistato dal Comune di Orsara con l’atto stipulato l’11 ottobre 1782 dal notaio Raffaele Avossa.
Ad Orsara le lotte violente per la questione agraria iniziarono alla fine del XVIII secolo. I primi moti si ebbero nel 1797 e poi nel 1799 quando i bracciali, approfittando dei rivolgimenti politici che rendevano deboli le autorità costituite, occuparono e dissodarono i boschi Montagna e Lama Bianca; cercarono anche di dissodare Montemaggiore, difesa chiusa destinata da molto tempo a pascolo dei buoi aratori. In queste occasioni, non vi fu alcuna reazione da parte delle autorità; ma nel 1802, quando l’occupazione si ripetè per Montemaggiore e Pannolino, fu inviato ad Orsara il gudice Gelormino della R. Udienza di Lucera. Costui, con l’intervento del soldati, fece cessare le l’occupazioni e ristabilì l’ordine. Negli anni successivi le contestazioni imboccarono vie legali. In questi anni, sullo sfondo della Rivoluzione Francese, anche l’Italia meridionale fu scossa da profondi sconvolgimenti politici e sociali. Ferdinando I Borbone fuggì in Sicilia il 21 dicembre 1798 all’avvicinarsi dell’esercito francese del generale Championnet; quest’ultimo entrò in Napoli il 23 gennaio 1799. Proclamata la Repubblica Partenopea, i nuovi governanti inviarono nelle province i democratizzatori col compito di nominare gli amministratori locali, innalzare l’albero della libertà e confiscare i beni ecclesiastici. L’odio verso i galantuomini (in massima parte favorevoli al nuovo governo), il fanatismo religioso e l’ostilità contro gli stranieri Francesi provocarono, subito dopo, rivolte popolari con saccheggi e violenze atroci contro i repubblicani. Ad Orsara, fu eretto l’albero della libertà infiggendo un grosso ramo nella pietra tonda (è una pietra cilindrica, appositamente costruita; ha diametro 54 centimetri ed altezza 68 con un grosso buco al centro; attualmente e incastrata in un angolo della Chiesa parrocchiale). Alla data del 13 febbraio1799, trovo annotato “Francesco Pinto di anni 28 è morto ucciso nella pubblica piazza di questa terra di Orsara”; ma non è precisato se, come sembra, il motivo fu politico. Il 23 febbraio 1799, tre colonne di soldati francesi, percorrendo la via della valle del Cervaro e la via Trajana, giunsero a Foggia e perseguirono i responsabili della ribellione, fucilandone alcuni; Troia evitò il saccheggio e la fucilazione dei ribelli pagando un riscatto di tremila ducati. Ad Orsara fu costituita la truppa civica agli ordini del sottotenente Giuseppe Borrelli. In Capitanata la repubblica durò meno di tre mesi; il 21 aprile i Francesi abbandonarono Foggia e il 24 maggio vi entro l’esercito borbonico del cardinale Fabrizio Ruffo e del generale Antonio Micheroux. Allontanatisi i Francesi e ristabilita a Napoli la monarchia borbonica, Ferdinando I cercò di ingraziarsi le popolazioni limitando i diritti dei feudatari sui beni delle collettivita. Il sistema feudale aveva attribuito ai feudatari ogni potestà e, quindi, anche I’amministrazione dei beni pubblici. Gli immobili potevano essere dei privati (allodi), dei baroni (burgensatica) e dei Comuni (demani) (“Dicuntur demania… civitates, castra et bona alia…retenta per antiquos reges in potestate et dominio suo non donata et concessa aliis”).
Il concetto di demanio come proprietà territoriale dei Comuni fu sancito dagli artt. 176 e 182 della legge 12/12/1816.
Gli usi civici già in epoca romana venivano ritenuti una derivazione del primitivo uso comune del territorio (compascua) e quindi, originate in epoca preistorica con la formazione delle prime comunità. Conservati dal sistema feudale, furono riconosciuti anche dall’art. 15 della legge 2 agosto 1806 che abolì il feudalesimo e sono ancora tutelati dalla legislazione italiana vigente. Consistono nel diritto degli abitanti di utilizzare un territorio facendovi pascolare animali oppure raccogliendo legna o altri frutti naturali. Nella pratica l’accertamento degli usi civici e della demanialità era estremamente difficoltoso sia perchè mancavano, salvo casi rarissimi, prove documentali e sia perchè le situazioni di fatto derivavano da consuetudini, leggi ed abusi, i cui effetti si erano accumulati per secoli. In conseguenza si ebbero contestazioni senza fine tra gli ex baroni e le popolazioni (come cittadini e come enti pubblici). Queste contestazioni si tradussero, sotto l’aspetto legale, in cause interminabili e, sotto l’aspetto pratico, in sommosse e violenze. In questo periodo anche Orsara iniziò l’azione legale contro il feudatario per rivendicare gli usi civici sul territorio di Ripalonga. Ripalonga comprendeva anche le località denominate Ischia del Governatore, Lama Bianca Piano Perazze; l’estensione complessiva era di circa mille ettari (oggi la zona è riportata nei fogli catastali da 1 a 8 e nel foglio 42). Il feudo fu acquistato dai Guevara nel 1596. Nel 1763, il duca Giovanni Maria Guevara lo concesse ai massari (pastori) di Orsara per il canone annuo di 372 tomoli (circa 161 quintali) di grano. Il 28 marzo 1803 il Comune di Orsara, difeso dall’avvocato Giuseppe Casoria, iniziò davanti la R. Camera della Sommaria l’azione legale per Ripalonga contro il duca Carlo Guevara, difeso dall’avvocato Pietro Porcelli. Con la successiva allegazione difensiva del 3 luglio 1803, contestò anche il diritto di esigere i balzelli feudali (portulania, bagliva, focaggio, cippone, bottega lorda). La lite fu definita per i buoni uffici del canonico Michele La Monica con una “convenzione… approvata da tutta l’intera cittadinanza di Orsara”. Questa convenzione, ratificata dalla R. Camera Sommaria con decreto 14/11/1803, fu trasfusa nella transazioni redatta a Napoli il 22 febbraio 1804 dal notaio Ferdinando Caristo; in quest’atto si stabilì che il duca:
1) rilasciava al Comune di Orsara le “difese” Acquara, Ischia del Governatore e Monte Preise;
2) dava in enfiteusi al Comune per il canone annuo di 372 tomoli di grano (precedentemente pagato dai massari)i territori di Ripalonga, Piano Perazzi e Lama Bianca;
3) riconosceva come demaniali Montemaggiore e Montagna. Per contro il Comune di Orsara riconosceva al duca la proprietà del territorio detto di Pescorognone (oggi in catasto ai fogli 41 e 42) e faceva “altre piccole concessioni”. La questione fu risolta anche politicamente quando il 3 dicembre 1804 la R. Camera della Sommaria accolse l’istanza presentata da Ignazio Tancredi per il Comune di Orsara ed autorizzò la concessione ai privati dei territori delle località Acquara e Ischia del Governatore. Nel febbraio 1806, mentre l’esercito francese del generale Massena entrava nuovamente nel Regno di Napoli, Ferdinando I Borbone tornò in Sicilia. Il trono fu dato prima a Giuseppe Bonaparte, che giunse a Napoli l’11 maggio 1806, e, poi, dal settembre 1808, a Giacomo Murat. Uno dei primi provvedimenti del nuovo regime fu la legge 2 agosto 1806 che abolì il sistema feudale. Il successivo decreto 11 novembre 1807 istituì la Commissione Feudale per decidere tutte le controversie tra i feudatari ed i Comuni. Per la definizione dei processi fu posto il termine del 31 dicembre 1808 poi prorogato al 31 agosto 181. Nell’ottobre del 1809, l’avvocato Casoria (costui morì poco dopo e fu sostituito dall’avvocato Clemente Gaito), per il Comune di Orsara, riprese l’azione legale per la rivendica di altre terre demaniali contro il duca Guevara, sempre difeso dall’avvocato Porcelli. Dopo le decisioni interlocutorie del 31 ottobre 1809 e del 23 marzo 1810, si ebbe la sentenza del 31 agosto 1810 che stabili:
1) Pescorognone e Magliano appartenevano ai Guevara;
2) gli Orsaresi avevano il diritto di affrancare i fondi delle predette contrade che coltivavano da almeno dieci anni;
3) i terreni demaniali di Orsara erano liberi da terraggi, censi e di ogni prestazione feudale perchè non esisteva ad Orsara feudalità universale’;
4) in forza di un accordo intervenuto nel 1529 il comune di Orsara e il conte Cavaniglia (o Giovanni I Guevara), Monte Preise apparteneva al Comune di Orsara; questo, però, doveva pagare al duca il censo annuo di 55 ducati.
Tra il 1810 e il 1812, le cavallette distrussero i raccolti; per combatterle le autorità davano un premio di 8 grana per ogni misura di uova degli insetti che venivano consegnati per la distruzione. Il frumento arrivò a costare sei ducati per tomolo e, nel 1815 quando la carestia fu ancora più grave, dieci ducati.
Nel 1815 al seguito dell’esercito austriaco, tornò al trono di Napoli Ferdinando I Borbone e dette mano alla Restaurazione, i cui eccessi rafforzarono, gli opppositori, già organizzati in sette segrete, fino a spingere ai moti rivoluzionari del 1820. Verso la fine del 1818 ad Orsara, vi fu un altro scoppio di violenze per la questione agraria; i “brac­ciali…si sfrenarono” occupando, dividendo e dis­sodando i boschi nelle località Riconi di Cerveliino e Mezzanelle di Crepacore. Intervennero i soldati, al comando del capitano Savino, e fecero cessare le occupazioni. In questa occasione, si distinsero Michele Natale e Nicola Perrone, che si ritroveran­no trent’anni dopo in situazioni analoghe; ciò sta ad indicare che la questione si evolveva molto lentamente e vi erano resistenze fortissime. Comunque, la preoccupazione di evitare altre sommosse indusse il sottointendente di Bovino a fare pressioni sul Decurionato (consiglio comunale) di Orsara per una soluzione; infatti, il 26 ottobre 1819, fu costituita una commissione composta da Francesco Di Michele, Giuseppe Iatarola e dall’agrimensore Gaetano Amicangelo di Montaguto col compito di ripartire 556 versure di terreno di Ripalonga. L’attività di questa commissione fu interrotta dai moti rivoluzionari iniziati nel regno di Napoli il 2 luglio 1820 dagli ufficiali Salvati e Morelli.
In questa occasione, fu costituita la Repubblica Federativa della Daunia, alla quale, invitati, aderirono tutti i comuni di Capitanata ad eccezione di Orsara e Montaguto. E’ difficile individua­re le cause della mancata adesione; si può pensare che la decisione fu presa dai possidenti, che controllavano l’amministrazione comunale e temeva­no che i rivolgimenti politici potessero pregiudicare i loro interessi. Però, anche ad Orsara, i rivoluzionari avevano adepti in tutte le classi sociali; infatti, venivano sorvegliati come carbonari i possidenti Domenico e Pasquale De Gregorio, Benedetto De Paolis, Tommaso Gambatesa, Severino La Monaca, Pientrantonio Spontarelli; i preti Giovanni Ferrara e Carlo Ricci; il medico Carmelo Di Stefano; il fabbro Angelo Guerriero; il calzolaio Gaetano Languzzi e il falegname Geremia Schiavino. Era anche molto forte la setta segreta dei Calderari di tendenza conservatrice e filo-borbonica. Vi erano, quindi, forti tensioni sociali e, in conseguenza, le lotte politiche erano aspre. Sedata la rivoluzione del 1820, si scatenò la repressione, che ebbe come strumento legale il decreto del 7 maggio 1821; era prevista la pena di morte a chi costituiva una setta segreta e l’esilio a chi ne faceva propaganda. Ristabilita la normalità, ad Orsara si riprese l’at­tività amministrativa per la ripartizione delle terre. Intervenne nuovamente il commissarto Zurlo e, con un atto del 5 marzo 1822, divise il territorio di Cre­pacore (2230 ettari) ripartendolo tra Orsara (circa mille ettari), Greci, Celle San Vito e Faeto. Questa spartizione non apportò alcun beneficio alle popolazioni perchè pose solo fine ad una controversia iniziata alla fine del XIII secolo fra i Comuni; i terreni, invece, appartenevano al duca di Serracapriola, Nicola Maresca (1789-1870), alla cui famiglia erano pervenuti verso la metà del XVIII secolo. La ripartizione dello Zurlo, però, dette ai Comuni interessati la possibilità di iniziare nel 1822, l’azione per la revindica della demanialità contro il Maresca. Il 22 novembre 1825 la Gran Corte dei Conti autorizzò i Comuni a proseguire l’azione e l’8 agosto 1830 vi fu un accordo parziale in base al quale il Maresca restituì parte del territorio. La causa si trascinò fino alla fine del XIX secolo ed ebbe una definizione sfavorevole per i Comuni. Intanto, ad Orsara, la ripartizione delle terre si era impantanata tra cavilli burocratici e cabale dei decurioni (consiglieri comunali); questi avevano trovato, nelle leggi per la tutela dei boschi (art. 180 legge 12/12/1816 e legge 21/8/1825), nuovi argomenti per opporsi alla quotizzazione.
Il 28 agosto 1824, il principe ereditario, Francesco I Borbone, era in vista ufficiale a Foggia; gli Or­saresi gli inviarono una delegazione per perorare la causa della ripartizione ed ottennero piu frequenti solleciti all’autorita locale da parte dell’Intendente di Foggia. Cosicchè, entro lo stesso anno, fu rifatto il progetto di ripartizione con 952 quote per complessivi 3209 tomoli; il canone era di 6 carlini a quota. Poi, le quote divennero 962 per 3537 tomoli ed, infine nel 1826, le quote furono ridotte a 748 e furono divise in tre classi in rapporto alla fertilità: la prima di tre tomoli, la seconda di quattro e la terza di sei; il canone unico era di 30 carlini. Ciò non ostante, non vi furono assegnazioni. Il Decurionato si oppose sempre alla ri­partizione richiamando le leggi a tutela dei boschi e facendo proprie le ragioni dei possidenti e cioè che gli Orsaresi rifiutavano le assegnazioni perchè non volevano pagare canoni ne volevano terre da dissodare, tanto che avevano lasciato in abbandono quelle già assegnate; volevano invece, le terre che gli altri avevano già dissodato e migliorato. Dall’altra parte si rispondeva che i possidenti si erano appropriati dei migliori terreni, per i quali pagavano canoni irrisori; inoltre, non volevano altre assegnazioni o facevano assegnare solo terre inadatte alla coltivazione perchè ciò gli consentiva di subaffittare i loro terreni a prezzi esosi e di reperire mano d’opera a basso prezzo.
In questi anni la questione agraria sembra passata in secondo piano; in effetti si era fatta strada l’idea che, per vincere le opposizioni locali alla ripartizione, occorreva ricorrere direttamente re. Ciò porta a configurare una situazione politica con la classe dei bracciali di tendenza filo-borbonica e, quindi, conservatrice per la politica generale e rivoluzionaria per quella locale. La classe contrapposta dei possidenti era di tendenza antiborbonica, ma conservatrice per le questioni locali. D’altra parte, è risaputo che, durante le lotte per il Risorgimento, non solo ad Orsara, le fazioni popolari erano filo-borbonche. Per ricorrere al re, ci si rivolse all’avvocato Edoardo Forgione; ma, avendo costui chiesto un compenso di 300 ducati, si rifiutò la sua assistenza. Frattanto, si ebbe un’occasione che sembrò particolarmente favorevole, l’orsarese Gaetano Zullo, nel 1843 durante il servizio militare a Napoli era riuscito a fare amicizia con tale Antonio Manzi stalliere del re. Tornato ad Orsara prospettò ai concittadini la possibilità di avvalersi del Manzi per avvicinare il re; perciò fu incaricato di recari Napoli. Quivi, si fece redigere una petizione da uno scrivano di via S. Carlo. Tornato ad Orsara, riferì che il Manzi lo aveva presentato al re, nella villa reale di Castellammare di Stabia; aveva così consegnato l’istanza direttamente nelle mani del re e ne aveva ottenuto promesse di interessamento. Passarono alcuni mesi senza alcun risultato, perciò, Gaetano Zullo, della cui credibilità si cominciava a dubitare, prese una nuova iniziativa insieme ad altri, il 30 settembre 1844, si recò a Foggia dall’Intendente, che non volle riceverlo, e il 3 gennaio 1845, si recò dal sottointendente a Bovino. Chiedeva una carta di viaggio per recarsi dal re a Napoli e presentargli una nuova istanza per la ripartizione delle terre. Il permesso fu negato; la sera dello stesso 3 gennaio, una cinquantina di persone si riunirono nella casa di Antonio Fatibene e decisero di partire per Napoli la mattina del 6 gennaio. La mattina del giorno fissato, più di cento “villani” si riunirono nella chiesa della Madonna della Neve

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